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Vendita di Pane Affresco, Pompei

Vendita di Pane Affresco, Pompei


Affresco romano che mostra la vendita di pane nel mercato

Affresco romano che mostra la vendita del pane nel mercato. Il dipinto murale è stato scoperto nella casa di Giulia Felice a Pompei. Attualmente l'oggetto si trova nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

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Pane Pompei : Vendita di Pane Affresco, Pompei (Illustrazione) - Antico. : Una pagnotta prodotta nel I secolo dC, rinvenuta a Pompei, conservata per secoli nelle ceneri vulcaniche del Vesuvio.. Oltre al pane la cucina pompeiana si basava anche sulle verdure. Dai un'occhiata al loro menu per un delizioso italiano. Nel 79 dC una micidiale eruzione pose fine alla storia delle piccole ma ricche città romane di Pompei ed Ercolano. Non preparo molto pane però, sono più per la pizza e questo è abbastanza per me. Una pagnotta prodotta nel I secolo dC, scoperta a Pompei, conservata per secoli nelle ceneri vulcaniche del Vesuvio.

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Pompei ed Ercolano: lezioni dalle rovine da brewminate.com Radila sam ih kao lepinje,koje su inače izuzetno mekane i zaista, zaista preukusne. Questa pagnotta di pane (foto sopra) era una delle tante conservate. Coppa per il garum di pompei. Guarda cosa ha scoperto vivian pompei (saypompei) su pinterest, la raccolta di idee più grande del mondo. Mini polpette, peperoni verdi, salsa marinara e formaggio. Le rovine di Pompei furono scoperte per la prima volta alla fine del XVI secolo, anche se l'esistenza di un. Pompei rimase per lo più intatta fino al 1748, quando un gruppo di esploratori alla ricerca di antichi archeologi successivi scoprì persino barattoli di frutta conservata e pagnotte di pane! Petto di pollo leggermente impanato e fritto condito con la nostra salsa marinara e mozzarella, servito sulla nostra pompei italiano.

Dal sito di cibo e viaggi.

Con molte panetterie a Pompei, il pane era un alimento base facilmente reperibile. Dal sito di cibo e viaggi. Fette spesse di pane italiano, spalmate con una gustosa pasta di tonno, ispirata all'antica salsa di pesce chiamata garum. L'importanza del pane nella dieta dei romani è giustificata dal ritrovamento di 35 panifici. Mini polpette, peperoni verdi, salsa marinara e formaggio. pɔmˈpei̯iː) era un'antica città situata in quello che oggi è il comune di Pompei vicino a Napoli in Campania. Affresco vendita pane dalla casa di julia felix a pompei (museo archeologico nazionale napoli). Questi prodotti erano sempre presenti nelle cucine rudimentali. Coppa per il garum di pompei. Passeggiare per la città perduta di pompei evoca un sacco di pompei è stato ovviamente colto di sorpresa completa, la cui prova è spesso. Pompei rimase per lo più intatta fino al 1748, quando un gruppo di esploratori alla ricerca di antichi archeologi successivi scoprì persino barattoli di frutta conservata e pagnotte di pane! Non preparo molto pane però, sono più per la pizza e questo è abbastanza per me. Nel 79 dC una micidiale eruzione pose fine alla storia delle piccole ma ricche città romane di Pompei ed Ercolano.

Il pane potrebbe essere stato acquistato direttamente dal panificio, ma è probabile che fosse venduto anche da bancarelle temporanee allestite in diversi. Per tutta la distanza degli anni, il cibo di Pompei sembra solare e vivo. Lavora e gioca nella galleria di Pompei di tutti i giorni. Immagine del pane di Pompei utilizzata con licenza creative commons da thefreshloaf.com. Questo è l'ultimo pezzo di pane tostato:

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Affresco vendita pane dalla casa di julia felix a pompei (museo archeologico nazionale napoli).

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panificio pompei | Dr Owen Rees da owenrees.co.uk Foto da wikimedia commonspublic domain. Ma è inconfondibilmente pane, e anche piuttosto appetitoso. Nel 79 dC una micidiale eruzione pose fine alla storia delle piccole ma ricche città romane di Pompei ed Ercolano. Mini polpette, peperoni verdi, salsa marinara e formaggio. Passeggiare per la città perduta di pompei evoca un sacco di pompei è stato ovviamente colto di sorpresa completa, la cui prova è spesso. Lavora e gioca nella galleria di Pompei di tutti i giorni. Pranzo, cena, generi alimentari, forniture per ufficio o qualsiasi altra cosa: pagnotte di pane congelate nel tempo.

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Foto da wikimedia commonsdominio pubblico. Piatti unici, come libum, garum e savillum, erano realizzati con varie combinazioni di ingredienti. Cuociamo alla vecchia maniera! Oltre al pane la cucina pompeiana si basava anche sulle verdure. Dai un'occhiata al loro menu per un delizioso italiano.

Fonte: justinpluslauren.com

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Fonte: www.thevintagenews.com

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Fonte: famenycmagazine.files.wordpress.com

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Fonte: www.kickassfacts.com

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Scopri di più sulla pasticceria pompei su facebook.

Fonte: upload.wikimedia.org

Passeggiare per la città perduta di pompei evoca un sacco di pompei è stato ovviamente colto di sorpresa completa, la cui prova è spesso.

Fonte: roundhaybakehouse.com

Ma è inconfondibilmente pane, e anche piuttosto appetitoso.

Fonte: roundhaybakehouse.com

Affresco vendita pane dalla casa di julia felix a pompei (museo archeologico nazionale napoli).

Fonte: ridicolmente interessante.files.wordpress.com

Nel 79 dC una micidiale eruzione pose fine alla storia delle piccole ma ricche città romane di Pompei ed Ercolano.

Fonte: www.thefooddictator.com

Petto di pollo leggermente impanato e fritto condito con la nostra salsa marinara e mozzarella, servito sulla nostra pompei italiano.

Ecco alcune foto delle pizze cotte nel forno di pompei e del pane.

Pompei rimase per lo più intatta fino al 1748, quando un gruppo di esploratori alla ricerca di antichi archeologi successivi scoprì persino barattoli di frutta conservata e pagnotte di pane!

Fonte: www.kitchenproject.com

Mini polpette, peperoni verdi, salsa marinara e formaggio.

Lavora e gioca nella galleria di Pompei di tutti i giorni.

Fonte: upload.wikimedia.org

Pompei rimase per lo più intatta fino al 1748, quando un gruppo di esploratori alla ricerca di antichi archeologi successivi scoprì persino barattoli di frutta conservata e pagnotte di pane!

Questi prodotti erano sempre presenti nelle cucine rudimentali.

Affresco vendita pane dalla casa di julia felix a pompei (museo archeologico nazionale napoli).

Fonte: www.thevintagenews.com

Le rovine di Pompei furono scoperte per la prima volta alla fine del XVI secolo, anche se l'esistenza di un.

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Fonte: upload.wikimedia.org

Ovo je definitivno nešto najbolje što sam u poslednjih nekoliko meseci probala.

L'importanza del pane nella dieta dei romani è giustificata dal ritrovamento di 35 panifici.

Fonte: www.grownuptravels.com

Non preparo molto pane però, sono più per la pizza e questo è abbastanza per me.

Questo è l'ultimo pezzo di pane tostato:

Fonte: peripateticbone.files.wordpress.com

Immagine del pane di Pompei utilizzata con licenza creative commons da thefreshloaf.com.

Ecco alcune foto delle pizze cotte nel forno di pompei e del pane.

Fonte: www.grandvoyageitaly.com

Questa pagnotta di pane (foto sopra) era una delle tante conservate.

Fonte: emilianotufano.files.wordpress.com

Questi prodotti erano sempre presenti nelle cucine rudimentali.

Ovo je definitivno nešto najbolje što sam u poslednjih nekoliko meseci probala.

pɔmˈpei̯iː) era un'antica città situata in quello che oggi è il comune di Pompei vicino a Napoli in Campania.


IL FORNO E LA PANIFICAZIONE

L'importanza del pane nella dieta di un romano è giustificata dal ritrovamento di 35 panifici. L'edificio in sé è carino standard, il fornaio non è cambiato affatto in questi secoli, si usava il legno e si usavano le macine per fare la farina, un forno di mattoni e un luogo dove si impastava prima di entrare nel forno del pane perché i fornai erano associati insieme alle stalle perché gli animali vivrebbero e lavoreranno per spostare il mulino per essere poi trasportati.
E con qualsiasi attività commerciale. C'erano sempre segni di buona fortuna. Gli antichi romani erano un gruppo sospettoso. La famosa pietra con fallo maschile e le parole "hic habilat felicitas" significa "qui troverai la felicità" è stata trovata scritta su una delle pareti della panetteria N. Popidius Priscus.

Il grano era macinato con pietra lavica, era composto in 2 parti: quella superiore era a clessidra e quella inferiore a forma di cono.

Il grano era macinato con pietra lavica, era composto in 2 parti: quella superiore era a clessidra e quella inferiore a forma di cono.

Sulla parte superiore c'erano 2 staffe di legno che facevano girare la parte, su quella inferiore –il chicco veniva poi frantumato in polvere – la farina come la conosciamo ora, che cadeva su una lastra di ferro alla base circolare del macinino.
La farina veniva quindi setacciata utilizzando 1. Uno che fosse molto fine, questo era destinato a clienti molto ricchi e 2. Un setaccio leggermente meno fine, questo sarebbe chiamato integrale che sarebbe stato venduto ai cittadini di classe inferiore e povera.


Vai alla ricetta

Il pane è uno degli alimenti più universali e comuni, presente in una forma o nell'altra in quasi tutti i continenti, culture e epoche. Ci sono e ci sono state migliaia di varietà che differiscono per forma, gusto, consistenza e contesto e forse altre migliaia che sono andate perse nella storia. Gli antichi romani sono ora famosi per cibi e piatti che sembrano bizzarri e stravaganti dagli osservatori moderni di oggi, ma come un impero che si espanse in tre continenti e conteneva centinaia di diversi gruppi culturali ed etnici, i cibi consumati nell'antica Roma erano anche ricchi, diversi, e vario. Uno degli alimenti più comuni in tutto il mondo, i molti tipi di pane consumati dai romani erano un riflesso dei molti gruppi sociali, culturali, economici e politici che vivevano all'interno dell'impero.

La farina, il pane e i cereali consumati dai romani erano solitamente fatti di frumento, orzo o farro, un cereale strettamente imparentato con il frumento.(1,6) Anche altri cereali erano usati meno comunemente, tra cui segale e miglio.(6) Di tutti loro, il grano alla fine divenne il cereale più ricercato, non a causa di un gusto o una consistenza spettacolari, ma perché cresceva più lentamente dell'orzo e quindi era considerato quasi un bene di lusso per questo. (7) Si pensava anche che essere più altamente nutriente e più facile da digerire.(11) Man mano che l'impero si espandeva e la popolazione cresceva, il grano veniva importato dai territori appena conquistati, tra cui Egitto, Sicilia e Nord Africa.(7,11)

Nei periodi precedenti, la maggior parte del grano veniva macinata in casa a mano usando un mulino a mano o una mola, entrambi basati su due pietre che sfregano avanti e indietro o in un cerchio per macinare il grano tra di loro in farina o farina. Più tardi, le grandi aziende di panetteria usavano mulini molto più grandi che venivano fatti girare da animali (di solito muli) o lavoratori schiavizzati per produrre grandi lotti di farina e farina da vendere ai clienti. Alcune città avevano persino mulini ad acqua alimentati da fiumi. Mentre i successivi progressi tecnologici hanno creato farine sempre più fini, erano ancora molto più grossolane e il pane e il porridge risultanti erano molto più duri e più densi dei pani moderni di oggi. Erano anche inclini ad avere pietre macinate mescolate a causa del processo di macinazione. (1)

Quando si faceva il pane, a volte veniva impastato in ciotole di pietra, che potrebbero aver aggiunto più piccoli pezzi di polvere di pietra al pane. L'impasto poteva essere fatto a mano o con pale di legno.(1) I pani primitivi venivano cotti nella calda cenere del focolare familiare o in padella. Queste tecniche erano ancora utilizzate in casa o nelle zone rurali dell'impero, ma la maggior parte del pane veniva cotta nei forni, se possibile. Si credeva che il pane cotto nei forni risultasse più leggero, più gustoso e migliore per il corpo.(11) I primi forni erano in realtà scavati nelle pareti rocciose. All'interno degli spazi scavati, un fuoco veniva arso fino a caldo prima di essere spento, le ceneri rimosse e l'impasto posto all'interno ancora caldo. Era chiuso con un grosso masso o sigillato con argilla fino a quando non veniva cotto. I forni artificiali furono in seguito realizzati in mattoni o pietre, ma funzionavano ancora allo stesso modo. Furono poi aggiunti dei camini per aiutare a controllare meglio la temperatura e l'umidità all'interno del forno. La cottura al forno potrebbe anche essere fatta a casa sopra o nel focolare della famiglia. Quando si affermarono grandi panetterie professionali, usarono un forno più sofisticato che aveva due spazi, un'apertura nella parte inferiore dove veniva alimentato il fuoco e uno spazio separato sopra di esso dove veniva cotto il pane. Questo ricorda più da vicino i forni moderni utilizzati oggi, con griglie per il cibo su un elemento riscaldante sottostante.(14)

Il grano è stato la spina dorsale di molte diete in tutto il mondo e nel tempo. L'Impero Romano non era diverso. Per molti, specialmente per le classi meno abbienti, i cibi a base di cereali come il porridge e il pane costituivano la maggior parte dei loro pasti.(11) Il grano era così importante da essere utilizzato persino come strumento politico per influenzare gli elettori. I politici in corsa per una legislazione sponsorizzata dall'ufficio per fornire razioni di grano a basso costo e persino gratuite e poi pane al pubblico in generale. Questa razione fornita dal governo è diventata così popolare che è stata un appuntamento fisso a Roma per diversi anni. (1) Si pensa che l'aggiornamento della razione dal grano al pane abbia migliorato le diete di molti romani, che prima di questo mangiavano principalmente porridge.( 12) Chiamato l'annona, era lodato come un modo per alleviare la povertà in tutto l'impero. Ad un certo punto fino a un terzo della popolazione totale riceveva pane gratis attraverso l'annona.(11) Man mano che l'impero si espandeva, era necessario sempre più grano per tenere il passo con la razione per una popolazione in continua crescita.(1) Con l'espansione, tuttavia, vennero nuove e fertili terre coltivabili, e in seguito l'impero importò sempre più cereali dai territori appena conquistati.(7)

Una volta che il pane divenne una parte fissa della vita romana attraverso il razionamento del governo, la domanda aumentò in modo esponenziale. Mentre la macinazione dei cereali e la cottura del pane venivano ancora fatte in casa, la maggior parte dei cittadini preferiva acquistare o ricevere il pane già fatto per comodità. Con l'aumento della domanda di pane già pronto, molti mugnai si sono diversificati fino a diventare anche panettieri. Sono emerse panetterie di tipo commerciale, specialmente nelle città più grandi come Roma e Pompei, dove il grano veniva macinato, cotto in pane e venduto tutto in un'unica attività. I panifici vendevano pani medi alle persone per il consumo quotidiano, ma creavano anche pani speciali consumati in occasione di feste, festival o occasioni speciali. Inoltre producevano pani più complessi per essere mangiati dai ricchi. (1) Alcuni divennero persino noti per essere specializzati in pani esotici adottati da le tante e diverse persone che abitavano l'impero.(6,10)

Le grandi panetterie in stile industriale erano un'attività comune nelle più grandi città dell'impero e venivano chiamate pistrina. Potrebbero essere enormi, tra 600-1.500 metri quadrati solo al piano terra, che ospitavano mulini alimentati da animali o schiavi, spazio di preparazione per produrre prodotti da forno, forni, spazi di stoccaggio e vetrine per vendere merci. Con l'alto aumento del consumo di pane, i fornai professionisti, chiamati pistor, e i proprietari di panetterie divennero alcuni degli uomini d'affari più redditizi dell'impero. (1) Mentre la cottura in casa era fatta dalle donne, queste grandi imprese commerciali erano tutte gestite da uomini che formarono corporazioni chiamate Collegium Pistorum .(1,7) Come altri politici, i fornai usarono il loro accesso al pane per influenzare la politica a loro favore. Alcuni sono diventati così potenti che hanno corso per la carica, mentre altri erano felici di tirare semplicemente le fila dai margini. Alcuni divennero così ricchi che furono sepolti in tombe elaborate e massicce.(7)

Il pane era un alimento base dell'Impero Romano e mangiato da tutte le persone indipendentemente dalla classe sociale o economica. Tuttavia, ciò non significava che tutti i pani fossero stati creati uguali. Farine più fini, risultato di una macinazione più rigorosa e dispendiosa in termini di tempo, creavano pani più fini, più costosi da produrre e acquistare, solitamente accessibili solo ai ricchi. Le classi inferiori avevano pani più grossolani.(6) Il modo in cui si mangiava il pane era anche determinato da ciò che una persona poteva permettersi i poveri lo consumavano di solito al naturale o solo intinto in un po' di vino o latte mentre i ricchi lo mangiavano abbinato a formaggi, frutta, uova , olive e miele. (6,11) In un'epoca e una cultura senza posate in cui ci si aspettava che i commensali della classe superiore mangiassero sdraiati con una sola mano libera, pane e pasticcini erano i finger food per eccellenza, fungendo da cibo e stoviglie tutti in uno.(11)

Lievitazione, il processo che

bollicine per aiutare la lievitazione del pane

e dargli una consistenza più ariosa,

fino a dopo che si crede

greci. Prima di questo, permettendo

l'impasto da lievitare era visto come

l'equivalente di lasciarlo

andare a male e i romani erano

disgustato che la gente

scegliere di lasciare il loro impasto

primi pani romani fatti

i pani azzimi erano fatti da una semplice combinazione di farina e acqua

mescolati insieme e cotti in una focaccia grossolana chiamata maza. (1) Queste focacce venivano spesso fatte sul focolare a casa o in padelle sul fuoco. (7)

Quando fa la sua comparsa la lievitazione, sembra aver influenzato pesantemente la panificazione romana. Molti dei pani rappresentati nell'arte e negli affreschi dell'Impero Romano sono raffigurati come rotondi, lievitati e tagliati in otto spicchi uguali. Questo è anche il tipo di pane scoperto non molto tempo fa quasi perfettamente conservato in una panetteria di Pompei.(7) Altri pani assomigliavano a frittelle, croissant, focacce e cialde.(1,11) Erano dolci e salati, una focaccia salata servita con pesce in salamoia e cipolle era chiamato piada.(1) Altri erano aromatizzati con semi di papavero e miele o strutto e formaggio.(11) Il Lentaculum era un pane fatto di farro e sale modellato in dischi rotondi, mentre l'artolaganus è descritto come un pane denso e grossolano torta. Il pane della Partia, una specialità regionale, veniva messo a bagno nell'acqua prima di essere cotto ed era molto apprezzato per essere così leggero e arioso da essere simile a una spugna. (6) C'era persino un pane quadrato chiamato dadi che era fatto con anice e formaggio. (11) La lievitazione ha davvero aperto le porte a una varietà di stili e forme diversi per entrare nella cucina romana. (7) Anche la tecnologia di panificazione ha aiutato. Con l'introduzione del forno a due livelli, i fornai professionisti hanno imparato a creare diversi dolci a diverse temperature. Le focacce, ad esempio, venivano cotte quando si accendeva il fuoco, seguite dai grandi pani lievitati, dai piatti a base di carne, dai pasticcini e, infine, dai dolci davvero delicati quando il caldo cominciava a spegnersi.(14)

Il cosiddetto "Pane Picenum" (o Panis Picens ) è citato solo brevemente in un passo di Plinio

il Vecchio nella sua sezione sui cereali e la panificazione in Naturalis Historia

( "Natural History" ).(1,2) Tra molte altre varietà regionali, è descritta come una speciale

invenzione creata dalle persone che vivono nella regione italiana del Picenum. (1) Picenum era il nome

attribuito a una regione dell'Italia occidentale sulla costa del mare Adriatico situata all'incirca nello stesso

zona come l'odierna regione Marche.(2) Originariamente era sede di un conglomerato sciolto di

Tribù dell'età del ferro e alcune piccole città prima di essere rilevata da Roma nel 268 a.C. (8,9) The

il pane per cui è diventato così famoso veniva preparato mettendo a bagno le semole o la farina in un liquido per un periodo di

nove giorni. Il decimo giorno, la farina ammollata viene poi sformata e impastata fino ad ottenere un impasto con

succo d'uva o di uva passa prima di essere cotti in stampini di argilla, detti artoptae .(1) Dopo la cottura, il

si rompevano gli stampi per liberare il pane, che veniva poi inzuppato nel latte, nel vino o nell'acqua di miele

Il pane Picenum è descritto come un pane speciale e una prelibatezza che potrebbe essere stata

consumato dai ricchi. Ciò può essere dovuto al lungo processo di dieci giorni che

lo avrebbe reso più costoso da produrre e quindi disponibile solo per chi poteva

permettersi di comprarlo, il che lo rende una sorta di status symbol.(1) Si dice che questo tipo di pane fosse servito durante una

banchetto a cui partecipò Giulio Cesare.(2) I banchetti spesso non erano solo un'ospitalità, ma erano espressioni di potere e importanti eventi sociali in cui i cibi e le decorazioni erano tanto simbolici quanto gustati. Come veniva preparato il cibo e quanto costosi gli ingredienti significavano molto di più di quanto fossero comuni o disponibili.(11) Detto questo, il pane Picenum, con i suoi ingredienti piuttosto umili di semole e latte, potrebbe essere stato elevato in status grazie alla sua lunghi tempi di preparazione, suggerendo la capacità dell'ospite di pianificare in anticipo e la sua attenzione nella preparazione del banchetto. Secondo un poeta, "il pane piceno sorge col suo nettare bianco come una spugna leggera si gonfia con l'acqua".(13) Ovviamente ad alcune persone piaceva molto il pane piceno.

Sebbene le traduzioni e le interpretazioni varino, la ricetta seguente tenta di seguire la traduzione inclusa nella cucina romana di Mark Grant: ricette antiche per cucine moderne e cibo mondiale di Mary Ellen Snodgrass: un'enciclopedia di storia, cultura e influenza sociale di Hunter Gatherers all'età della globalizzazione.(2,15) La traduzione da Roman Cookery afferma che Plinio il Vecchio scrisse nella sua Naturalis Historia:

"Rimane ancora un senso di orgoglio nel Picenum per la ricetta locale del pane di semola. Ammollato per nove giorni, poi impastato il decimo giorno con succo di uva passa in modo che abbia l'aspetto di una pasta frolla, viene poi messo in pentole di coccio e cotto nel forno dove le pentole dovrebbero aprirsi. Non viene servito a meno che non sia stato ammorbidito, di solito nel latte o nel vino mielato."(2)

Sebbene sia menzionato solo in un passaggio, le interpretazioni variano piuttosto ampiamente. Alcuni credono che sia stato fatto con frutta secca e noci.(1,6) Alcune traduzioni affermano che è fatto con semole intere mentre altri credono che sia stato fatto con farina macinata.(2) Le semole sono i chicchi di cereali che sono stati lavorati solo quanto basta per rimuovere il guscio (chiamato anche lolla o pula) del grano. Poiché sono minimamente lavorati, richiedono più tempo per cucinare, hanno una "consistenza abbondante e gommosa" e contengono sostanze nutritive che non si trovano nei cereali più lavorati. Alcune semole, inclusa una specie di semola di grano chiamata bulgar, hanno una ricca storia culinaria in molte culture mediorientali. Le semole spesso devono essere ammollate o bollite a fuoco lento per un lungo periodo di tempo prima di essere cotte o consumate, il che può dimostrare che il pane piceno era fatto con semole anziché con farina.(3) Le semole erano usate dai romani per fare il pane e questi pani erano probabilmente considerati pani di classe inferiore in circostanze normali data l'alta considerazione tenuta per i pani fatti con farina più fine. (6) Altre interpretazioni dicono che il pane Picenum era fatto con farina di alica mentre altri affermano che era fatto con semole di alica. (12,13) ​​Alica era una specie di farro, descritto come macinato molto grossolanamente ma molto pregiato.(13) Era spesso usato per fare pane e dolci, tra cui una torta piatta e dura chiamata libum che veniva usata come offerta. La semola di Alica veniva anche arrostita e offerta alle divinità durante una festa di ringraziamento chiamata Festa dei Forni.(15) Altre fonti dicono che fosse fatta di farina di farro, una farina comune all'epoca.(14)

Si ritiene che l'ammollo delle semole per un periodo di tempo così lungo (senza aria condizionata o refrigerazione nel caldo clima italiano) abbia conferito al pane un sapore aspro o fermentato ed è stato paragonato alla preparazione del pane con un lievito madre. This, however, can be dangerous as it can result in the groats becoming rotten rather than fermented.(2) Cooking the dough in a clay mold may have been connected to an older tradition of baking bread under earthenware or clay pottery, which would have helped keep the bread moist and given it a bit of rise and lightness in the era before leavening was introduced.(6) Other recipes would soak flour in grape juice and set it aside to help it ferment, which was another interpretation of the Picenum bread recipe. Others used water or ale with similar results.(11) Some recipes say the Picenum groats or flour was soaked in water, grape juice, raisin juice, or wine before baking.(15)

While many different shapes of breads were around throughout the Roman empire, a few descriptions of Picenum bread state it was formed into a long shape or even rolled.(12) Other describe it as a flatbread which came out naturally dry, hence why it was later soaked in milk.(14)

Soaking the bread before consuming it was a fairly common

practice in Rome. Bread dipped in wine was an acceptable breakfast

and bread was often served plain at large meals in order to soak up

the many sauces and dips that commonly came with Roman

dishes.(11) Wine was an important part of daily life in the

Mediterranean world. The earliest literature from the Roman

Empire on wine and vineyards dates to 160 B.C. and Pliny himself

wrote about winemaking in his Naturalis Historia. Many recipes

from surviving Roman cookbooks include recipes for making wine

cocktails and refreshers, including a beverage often served at the

beginning of meals called mulsum , made from wine sweetened with

honey. Like grains, different types of wine were divided into a

hierarchy with aged, strong, sweet, white wines were considered the

most superior. These were often diluted with water (drinking

undiluted wine was considered a primitive and barbarous custom),

sweetened with honey, and flavored with spices. In fondo a

the wine hierarchy were the cheap, young red wines drunk on a daily basis by those who couldn't afford anything else.(4)

The inclusion of milk in the recipe is rather puzzling given the Romans disregard with the product. Milk was considered a drink of the lower class farming community living in the rural areas of civilization. It was hardly ever drunk by anyone who wasn't living on or near a farm as it spoiled too quickly to be transported and gained a reputation of being a drink of the poor, unsophisticated, and/or young. When confronted with the Germanic and Celtic people living to the north, the Romans and the Greeks were appalled by the "excessive amounts of milk" they drank. Milk kept better in the cooler climates to the north than the warmer, wetter climates to the south and was more heavily consumed by the people living there. The Romans and Greeks used this as evidence of their northern neighbors' barbarism. Milk was present in the Roman Empire, but was turned into cheese which the Romans adored at all meals at any time of day.(5) They felt the same about those who ate butter as they did about those who ate milk (often the same people), calling them primitive and outlandish "butter eaters."(6) The Romans and Greeks, who had access to olive oil, had no need for butter. When used in baking, olive oil produced denser and sturdier breads and pastries, which was probably needed by diners who ate by reaching out for their food with one hand while reclining on a couch.(11) Some versions of Picenum bread state it was principally soaked in milk mixed with honey, while others state it was usually wine mixed with honey, or even just honeyed water.(12,14)

Like dozens of other ancient recipes, there is a large range of interpretation on how bread from Picenum was made. I used the above-mentioned recipe due to the descriptions of alica as a coarse-ground grain, which seemed to somewhat match other recipes describing it as being made with groats. To substitute groats, I used steel-cut oats, which are basically groats that have been sliced in half. I wanted to stick with just oats but the results were too runny so I ended up adding flour. I also omitted adding dry fruits or nuts (though I was sorely tempted) as they aren't mentioned in Pliny's descriptions. That doesn't mean they weren't used but I just wanted this first attempt to stay as loyal to what little historical information there is as possible. For raisin juice I just used white grape juice, which may or may not have been the same thing (if they aren't I'm not entirely sure how I would go about getting juice from a raisin). I did also two different soaks, mostly out of curiosity about how they each taste but also to provide a non-alcoholic option. To try to imitate the clay molds, I baked it between two cake pans. My breads turned out pretty dense and chewy, but still sweet and full of flavor. The one soaked in milk has been a great breakfast food (and the wine one a pretty nice way to end dinner).

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Reliefs from the Tomb of Eurysaces the Baker in Rome. Scenes show the breadmaking process from when the grain was weighed and sold at market (top), to being ground and shaped into dough (middle), and finally being baked into bread (bottom). Credit: Ancient Rome(3C)

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(Left)The ruins of a bakery in Pompeii where the large oven and mills are still standing. (Right)A drawing depicting what a bakery in Ancient Rome may have looked like during business hours. Two men work baking bread loaves into the oven while another, most likely a slave, turns the giant mill to grind grain into flour. Credits: (Left)Bread, Cakes, and Ale(1A) and (Right)123RF(2B)

Modern recreations of the variety of breads available to the Ancient Romans. Credits: Italia Squisita Eng Youtube Channel(4D)

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(Above, left) A carbonized loaf of bread found intact from Pompeii. It has been scored into right wedges for sharing and a baker's mark or seal can be seen in one wedge. (Right)A fresco from The House of the Baker in Pompeii shows customers buying similar-looking bread. Credits: (Above, left)The British Museum(5E) and (Right)BBC(6F)

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The Marche region of Italy (colored red), was the location of the ancient Roman region of Picenum. Credits: Wikipedia(7G)

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Roman fresco of different foods, including grapes, pomegranates, and what may be an amphora of wine. Credits:History on the Net(8H)


Two "thermopolia" (that on the right belonged to Lucius Vetutius Placidus, see its painting)

These shops were always open to the streets, like those we see in the older quarters of Italian towns at the present day. (..) The Shops were very small and mean in appearance and were all of one character, having the business part in front and one or two little chambers behind. A few only of the better class appeared to have had any second floor, and of that there is no other evidence than the occasional occurrence of a ruined staircase. The shop was open to the street, like those of modern Italy, and was closed at night by sliding shutters. In front it had a broad counter of masonry, with three little steps at the end next the wall for the display of the goods, and a small oven in the opposite end, where the articles sold were for consumption as food or drink. When first excavated, many of the shops had the names of their owners written over them, mostly in red paint. Others had signs in terra cotta, to denote the trade which was carried on within them. Murray
Fast food is not a modern invention because many small taverns at Pompeii and Herculaneum sold food and beverages to passers-by. We can assume they mainly operated at lunchtime when public buildings and markets were open. Their customers came from other towns or just did not have time to go home and have lunch. A more elaborate thermopolium with an inner garden has been found at Ostia. The word means "sale of hot (food)".


Sale of Bread Fresco, Pompeii - History

Archaeological tours, packages and exclusive multy day excursions in Campania for tourists, lovers,

The presence of many bakeries and pastry shops (about 34) for the production and sale of products made of flour, suggests that the bakery was one of the most thriving city of Pompeii. The larger plants (about 23) were almost always fitted with grinders, stall, and a residential neighborhood, but without the shop for direct sale.

The work began in the bakery with the weighing of grain, wheat was then placed in the mills by the journeymen bakers (pistores). The millstones were made of lava stone (catillus), material that did not leave harmful residues in flour to the teeth. They had an hourglass shape and long arms of wood, and inside them was inserted a conical element of smaller size (meta). These machines were operated by slaves or donkeys, which imprinted them a rotary motion can grind the grain. The flour obtained was then collected on a lead sheet that covered the circular base of brick mills. Followed the sieving adjusted depending on the type of customer to be served. The meshed sieves were used to obtain very fine white flour for breads precious, those for the coarse and coarse brown flour suitable for making bread for the populace. So, everything was mixed with water and distributed on special boards where you gave the required shape and bake.

Some types of bread were decorated with anise, poppy seeds, sesame and other trees established on the crust with egg white. It seems that only in the late-Republican began to use the yeast, obtained by mixing millet or bran flour to sour.

The ovens were made of bricks (opus latericiumcium), while the floor of the bakery was made of slabs of basalt lava, the same material used to pave roads, which facilitate the evolution of animals or slaves who pushed the millstones tied to wooden beams.

On the outer wall of the furnace of panifico connected to the house of N. Popidius Priscus, was found a slab of travertine with a phallus in relief with the inscription "hic habitat felicitas", now in the Secret Cabinet of the National Museum of Naples. The writing, the clear apotropaic value, linking the production of bread and the generative force of nature.

Of special interest are found in the charred eighty loaves Modestus shop. They have nearly all of a circular shape to eight segments, a diameter of about 20cm, and an average weight of about 580g.


Baking Bread with the Romans: Part III – The Panis Strikes Back

Salvete Pistores! Good day from Rome! I hope you like rabbit holes because we’re about to go down a deep one. It’s time to revisit the Panis Quadratus, the Pompeian bread that has been represented so beautifully and frequently in the archaeological records at Pompeii and Herculaneum.

Most of us at some point in our lives have seen images of these iconic loaves of ancient Roman bread as they were represented in frescoes or as artefactual evidence itself at the 2,000-year-old Roman town of Pompeii. In 1862, 81 of these circular loaves were excavated from a large industrial oven at the Bakery of Modestus at the site and since then these beautiful examples of ancient food preparation and food culture have intrigued bakers, archaeologists and food historians alike.

When I published my first article and interpretation for a Panis Quadratus recipe in September of 2017 here on Tavola Mediterranea, the response was overwhelming and wonderful. Readers from all corners of the web and all areas of culinary and academic backgrounds chimed in to offer their thoughts and theories on how this iconic bread was made and which kitchen implements may have been used to create its intriguing and unusual form. What was the loaf made of? Why was the loaf sectioned into 8 or more pieces? What tools were used to create its forms and features? These questions prompted conversations on sites such as Hacker News and on the Tavola Facebook page, and via email and comments on the original post’s page. This topic and some of my work was then featured on Atlas Obscura and on Simon Morton’s ‘This Way Up‘ (RNZ) after the initial article was circulated online. The overall response prompted me to do some further research and experimentation in an attempt to try to get closer to understanding the process that went into making this stunning bread and recreating it as true to its original form as possible. Ma non è stato facile. This recent process of research and experimentation has been a veritable bread-nerd rabbit hole, a process that depleted wheat supplies in the state of California, and a process that saw an army of bread overtake my home like a scene out of Mother! This process also allowed me to understand how the ingredients behaved with water and starter, how these loaves may have been formed, and how these loaves could have been made efficiently and in high volume during the height of the Empire. This article will delve into some of my new research, experimentation, ideas and theories and will quite possibly take us one step closer to understanding how the Panis Quadratus (o Panis Siligineus) was made and what tools and ingredients were used to make it. So, if you’d like to go down this rabbit hole with me, get some grain from your horreum and pour yourself a nice mug of mulsum,… but before we begin here’s a bit of history and context:

Barley and bread wheat (Triticum Aestivum) were the two most frequently used grains in Greek and Roman cooking with barley yielding almost 9 times more supply than wheat itself making wheat somewhat of a luxury grain. While the Roman province of Egypt was the prime supplier of wheat to the Empire for many years, wheat was also being shipped in to Rome and its surrounding settlements from Pontus and Sicily.

Professional bakers in Rome, and in Pompeii, did not exist until the 2nd century BC and it is suggested that this advancement in specialized crafts has everything to do with the appropriation of Macedonia for the Republic by Aemilius Paulus. It is also suggested that Pliny the Elder’s reference to Greek knowledge of leaven indicates that yeast likely became a component of Roman bread-making during this time as Greek bakers were employed in Roman settings: “The Greeks have established a rule that for a modius of meal eight ounces of leaven is enough.” (Pliny the Elder, Historia Naturalis – Book XVIII-26(11)). This also suggests that the advent of leavened bread-making by the Romans in the 2nd century, despite the feelings of disgust or impurity that ‘putrefied and rotten dough’ invoked in many, brought bread to a whole new level of social and dietary significance.

At this critical point in Roman history, bread was the backbone of the Roman daily diet. Commercial bread-baking began to emerge and the role of baking meager flat-breads on the home hearth moved from the hands of women in the household into the hands of the men who ran commercial bakeries. These commercial bread bakers (pistores) were powerful men in Roman society and the bakeries themselves are incredibly telling and sensory environments. Bread required massive quantities of wheat, fire-wood, and slave and animal labour to produce a daily supply to feed approximately 12,000 people. Donkeys walked in circles tirelessly, for hours on end, rotating the industrial sized quern-stones (grain-mills) that ground the wheat slaves did the same if animal labour was not possible. A kneading apparatus was also employed that featured rotated wooden bars that paddled dough just like our modern Kitchen-Aid mixers do only with human or animal strength to power it. The ovens were fired from dusk until dawn and enough grain had to be imported from within the region or from provincially confiscated territories to supply the Roman people with their daily bread. Bread was prepared daily, in high volume, sometimes in the home but mostly in commercial bakeries run by a Corpus Pistorum (o Collegium Pistorum): a veritable trade-union of powerful bakers who were likely looked upon as a Roman version of the ‘Hoffa teamsters’ of the day. The men who controlled the bread and the commercial ovens often ran for office or influenced civic elections themselves. A common saying of the day was to say that a baker ‘gave good bread’, ‘bonum panem fert’, which meant that he could be a trusted community member or a potential civic official.

To understand the power that bakers once held in Imperial Rome, all one has to do is stand in the shadow of the enormous tomb of master baker, Marcus Vergilius Eurysaces, that was erected outside of Porta Maggiore in Rome during the 1st century BC. The monument, which is often touted as being garish and overdone, is a beautifully rendered structure that visually and textually summarizes the accomplishments of a respected Roman baker and his baking enterprises. The construction materials used to build the monument also incorporates actual circular bread-kneading bins as a part of the structure. At the top of the structure is an epitaph that reads as follows: ‘Est hoc monimentum Marcei Vergilei Eurysacis pistoris, redemptoris, apparet’ which translates into English as: ‘This is the tomb of Marcus Vergilius Eurysaces, baker, contractor, it’s obvious!’. In addition to the epitaph, a band of marble reliefs line the top of the structure that beautifully demonstrates the stages of Roman bread production in a commercial bakery setting.

Archaeological Evidence

Turning now to the beautiful Roman resort town of Pompeii, let’s explore some of the archaeological evidence for making Panis Quadratus in this setting. In 1862, the Bakery of Modestus was excavated under Guiseppe Fiorelli and produced 81 intact and semi-intact loaves of bread that were abandoned sul posto in a large oven when the original bakers fled the bakery, and the town itself, during the eruption of Mount Vesuvius in 79 AD. 76 of these 81 loaves were the circular, 8-wedged variety that we see frequently on display in the museums and in publications about the site.

De Luca (1863) conducted an in-depth study of the loaves and some of the finds at The Bakery of Modestus and notes that the wedge divisions on the top of the loaf are relatively even in relation to each other, they’re convex, and the divisions between them were created by ‘something sharp’ and with the application of pressure. De Luca also remarks that a central ‘sag’ is common in the loaves with a hole-like indentation that is not perfectly circular or centred. He suggests that the horizontal rim around the external edge was created with several slashes of a knife as he felt that that contour was not even or created with one single motion. De Luca also notes that the exterior of the bread is a darker ‘brown’ with the inside crumb appearing to be lighter in tone. The density of the crumb is also less than the crust demonstrating some cavities in the crumb than can be found in leavened breads. The loaves, on average, measured 20 cm in diameter but fluctuated, due to composition, oven-spring, or spreading, anywhere from 18 cm to 22 cm (7 inches – 8 2/3 inches).

Complementing some of this form-related archaeological data at Pompeii in a very useful way are a group of 25 bronze pans that were found sul posto in the Bakery of Sextus Patulcius Felix at Herculaneum. Judging by their sizes and location in a pistrinum at the 2,000-year-old site that is located fifteen kilometres north of Pompeii. These pans were interpreted as being pans that were used for forming bread and pastries, not for baking them, by Amedeo Maiuri (1958). This interpretation is also supported by the fact that the loaves excavated at The Bakery of Modestus were not found to have been baking in pans in the oven that they were excavated from but rather were found resting on the oven floor.

De Luca (1863) also records that on August 7 th , a small grain mill was excavated at the Bakery of Modestus that contained a large amount of unmilled grain. Physical (visual) and chemical analysis of the carbonized grains revealed that all of the grain found in this mill was ordinary bread wheat (triticum aestivum). This wheat was often milled and sieved several times, refining it to a delicate, fine flour that was called ‘siligo’, thus the other name often used when referring to this bread: panis siligineus.

On a side note, the term ‘Panis Quadratus‘ is the most commonly used term for this bread when referred to in English. It wasn’t fabricated by academics or classicists, though it is derived from a quote by Atheneus: “Seleucus (fr. 40 Müller) says that warm bread crumbled into liquid is called blema. Philemon says in Book I of A Complete List of Sacrificial Offerings that purnos is the name for bread that is made from unsifted flour and contains all parts of the grain he also reports that incised loaves, which the Romans refer to as kodratoi, are called blomiaioi, and that brammite is the term for bran bread, which Amerias (p. 10 Hoffmann) and Timachidas (fr. 26 Blinkenberg) call eukonos . Philetas in his Miscellany (fr. 11 Dettori) reports that spodeus is the name of a type of bread consumed only by one’s relatives.” (Athenaeus, The Learned Banqueters. 114.e). Some readers may consider the name to be confusing, as the loaf is cut into 8 sections, but if you consider that those eight sections could be created by four long linear divisions, created from end to end of the loaf edge (travelling straight though the centre node), you’re then looking at four lines, not eight.

So doesn’t this data give us a bit more to work with? I’d say we should offer a libum a Cerere in thanks but we don’t have time we have lots of wheat to mill. So with this additional information and some good old-fashioned experimentation, let’s see if we can move a bit closer to making this loaf as true to form through experimentation and further interpretation! It’s time to strap the donkey to the quern-stone, roll up our toga sleeves and see what we can arrive at with this new information. Some of the implements used in this experiment may not be readily available to most but feel free to improvise if you decide to follow along. Here’s what you’re going to need:

Baking Bread with the Romans: Part III – The Panis Strikes Back

Ingredients (for two loaves and a bit)

  • 5 pounds (2.2 kg ) of whole wheat flour (hand-milled or store-bought)
  • 5 cups (1.25 L) of tepid water
  • 1 cup (250 ml) of bread starter*
  • 2 tsp salt
    • Flour sieve
      • Large mixing bowl
        • Large cotton tea towel
          • 2 shallow 8” (20 cm) circular baking pans
            • Baking or gardening twine
              • Parchment paper
                • Cooking scale
                  • A thin dowel or an 8” (20 cm) circular wooden wheel
                  • Optional: A ceramic baking cloche or a custom testa. You can also use a dutch oven if you use parchment paper below the bread during its final rise. You may also use a pizza stone or large baking sheet.

                  *The hydration of your bread starter may affect the hydration of your dough. Your end goal is to achieve a large ball of dough that is firm but workable Not too dry as to crack or rupture when rising but not too wet or tacky as to spread too much during the proofing process. Here is a recipe for Pliny the Elder’s levain, or bread starter, if you’d like to make your own.

                  Note: We’re going to do some of this by weight, including weighing the dough prior to shaping as you would in a modern commercial bakery. This choice was made as it was highly likely that these loaves were a controlled product and were likely weighed before sale as well as before baking in order to keep their sizes as uniform as possible for yield and distribution accuracy.

                  Preparazione

                  1. Begin preparing your dough by mixing the starter in with the tepid water until it is fully dissolved.
                  2. Sieve your flour, hand-milled or otherwise. Use the exact amount indicated above as your refined flour component in the dough.
                  3. Add the flour and salt and to the mixture and begin mixing your bread dough. Se la pistores used a kneading machine, you go ahead and power up that Kitchen-Aid mixer if you want to sip your mulsum with your other hand! You may also take an old-school approach and use a donkey and a plank of wood… or your hands. Again, depending on the coarseness of your flour and the hydration of your starter, assess the dough as you go and add water or flour as needed to obtain a workable ball of dough that is not too sticky or too dry.
                  4. Cover your mixing bowl with a damp tea towel (ring the water out well) and let the dough stand until it doubles or triples in size. This time will vary depending on the temperature of your kitchen and its humidity levels.

                  Once the dough has risen, retrieve your cooking scale and your 8” baking pans. Here’s where things get interesting. At this stage I decided to experiment with how much dough would fit nicely into the size of a proofing pan that has a lip that is equal in diameter to the average panis quadratus pagnotta. I considered that the pistores in the Roman bakeries likely weighed their bread to maintain a consistent size and output when making these loaves, especially considering the fact that the loaves were often weighed before distribution. Beginning with one Roman pound of dough, which is equivalent to 329 grams, I began pulling dough from my mixing bowl and weighing it until I had an amount in on my scale that looked like it could sit inside the 8” pan (De Luca’s 20 cm average diameter) with enough room to expand, both towards the sides of the pan and slightly over the upper lip. This amount turned out to be an even 4 Roman pounds of dough per loaf which equates to 1kg and 316 grams, or 1316 grams.

                  Dust a clean work surface with some flour. Flip one of the pans over and hold it slightly above your dusted work surface until it falls out onto the table. Dust the upper surface of the loaf lightly with flour. Here’s where things are going to get interesting again: we are going to create the pointed wedges on the top of the loaf known in Italian as the ‘otto spicchi’. Upon closer observation, it is clear that the grooves that create the eight wedges on the top of the panis quadratus are not knife slashes in the top of the dough, as previously thought. These are impressions in the dough. If we look closer at the inside of the grooves that separate each of the eight wedges, we can see that they’re slightly curved downwards and appear to have been made with a blunt, not sharp instrument. De Luca’s assertion is not entirely accurate, nor was my initial interpretation of these divisions in September of 2017. Making these impressions with the back of a knife would have also been dangerous, especially if you were pivoting it from the centre outwards, so consider this when you choose your tool to make the wedge formations. I had something completely different in mind when I decided to approach the form and fabrication of this iconic loaf once more: I had a wooden wheel custom made for me with thin spokes that creates blunt, linear, and rounded grooves between the wedges and also creates a centre depression where the cog of the wheel sits. I pressed this wheel into the top of my loaf prior to baking and then used my finger to create the depression in the centre of the loaf where the cog impression was visible. Did the Roman pistores use discarded wagon wheels or custom made wheels to stamp their bread? A wooden, wheel-like implement made a lot of sense to me considering that any tool of this kind would have been burnt at Pompeii, and thus eliminated from the archaeological record. A wheel-like tool would have also created an even distribution pattern between the wedges, as De Luca observed. It also created an outer rim along the horizontal edge of the loaf. This seemed to me to be the most likely tool that was used to create the otto spicchi but I could not figure out why they chose this form, what inspired it, and where they got the device… until I met Franco Tella, and classical archaeologist working with MiBACT in Rome. Franco and I met at Ostia Antica weeks after I had conducted these experiments and we had a long conversation in front of the Grandi Horrea (grain store-houses) in the heart of the ruins of the ancient Roman port town. Tella explained that the horrea were situated in close proximity to the bakery at Ostia in order to facilitate the milling of flour. Grain and flour was moved back and forth between the two buildings by either slaves or by a small wagon called a ‘carrus’. He showed me the photo of a carrus that was rebuilt based on one that was excavated at Ostia Antica and I immediately looked at the wagon and examined its features. Small wooden wagon. Small wooden wheels. Eight wooden spokes.

                  Perhaps this wheel was inspiration for the bakers? Perhaps the image on the bread was symbolic of the wheel and the industry? Perhaps discarded or broken carrus wheels were used to create the impressions on the panis loaves? We can’t be too sure until I can measure the wheels of the carrus but it certainly got my blood pumping when I saw the wooden wagon and understood its use at the bakery at Ostia Antica. I was one happy little bread-nerd indeed. Now, I understand that no one at home will have a custom-made wooden wheel like mine (yet) so take a device that is accessible to you to create the divisions in the top of the loaf be it a thin dowel, a thin pencil, or something else that is linear, thin and blunt. Make the sections even and the depth the same from groove to groove.

                  Now, we arrive at the part of this experiment/recipe that will cause the internet to collapse in on itself and some academics and food writers to become very cranky. I stand behind the theory that a ‘spread restrictor’ was used on the horizontal waist-line of the bread. Come mai? Because it works and it provided results that were similar to the carbonized loaves that were found at Pompeii. Was it twine? A ring? A band of some sort? Who knows…. But something created that severe indentation and spreading did not occur during baking. The bread dough for this experiment was dense and of low hydration (approximately 55%) which allowed the dough to be malleable but to also hold its form while baking, as the loaves did at Pompeii while they were being ‘incinerated’. What did not hold, however, was a horizontal groove when it was created by a knife or by the bottom, rounded inner edge of the wooden wheel after it was pressed into the formed dough. Spreading occurred each time and the loaf expanded outwards during the baking period (oven-spring) almost eliminating any indication of a horizontal groove around the waist of the loaf. So I used a restrictor again. You can too. I used heavy, untreated garden twine and gently tied it around the loaf prior to baking.

                  Revisiting the recipe for Panis Quadratus, its form and fabrication was a wonderful experience. Finding additional data regarding fabrication was helpful in narrowing down how much materials to use and how to prepare it all. The form, yet again, remains somewhat of a mystery but is less elusive than it was before. I believe that the theories of a wheel-like tool for creating the eight wedges and a horizontal ‘spread restrictor’ has validity. The eight wedges on the top of the loaf were likely formed to be broken apart easily and used as an ‘edible eating utensil’ for sopping up stews, soups and pulses. But what functional purpose could the horizontal groove serve other than being evidence of a horizontal restriction of some sort? The loaves were not ripped apart horizontally and there are no wedge separations on the bottom of the loaf this loaf isn’t two halves, one on top of the other. The groove along the waist-line appears to serve no purpose other than being residual evidence of spread-control that was implemented in order to preserve oven floor space during baking and to keep all loaves a uniform size. It is uncertain as to how it was made, however, as the grooves are not as defined on the waist-line as the divisions on the top of the loaf.

                  The centre depression and the sag in the middle of the panis also remains a mystery. The impression of a wheel cog does not really translate well but pushing it down with an index finger makes that depression appear deep and off-centre as most of the centre depressions appear on the excavated loaves. The sag is difficult to achieve unless the loaf is very flat and pressure is applied from the centre pushing the wedge edges upwards and outwards. Again, baking and oven-spring may also push the centre straight up once again as it did the sides without restriction.

                  If there’s one definitive conclusion that can be made from exploring this bread once again its that this loaf of bread seems to remain one of the greatest mysteries in the Roman archaeological record. Just when you think you’ve got it all figured out… the panis strikes back. But we won’t give up, will we? No. We are not quitters. Therefore, I will be going into the laboratory at the Naples National Archaeological Museum this autumn to study these loaves up close and personal. Another step closer, once again, to understanding the pride of the Roman table. Stay tuned! This saga will continue…

                  Acknowledgements: Thank you to Drs. Ken Albala, Scott Stull and Profs. David Mattingly and Penelope Allison for throwing ideas around with me, for letting me rattle on and on about this bread via phone and email, and for aiding me in my research.

                  If you would like to acquire one of the wooden wheels that were used for this experiment, it can be purchased in the Tavola Shop.

                  Feel free to leave comments or suggestions about this article using the comment form below. Did you try this recipe? If so, feel free to join the discussion and post photos on Tavola’s Facebook page.


                  Any questions?

                  The kitchen of ancient Pompeii is a journey through the history of taste. Ingredients of the place gave birth to dishes that you can still today find on our tables with simple recipes now elaborated. Want to know more? Write us in the comments! And do not forget our guide in Pompeii, which is essential to discover the city with a click.

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                  The Museum of Ridiculously Interesting Things

                  This is the ultimate piece of toast: a loaf of bread made in the first century AD, which was discovered at Pompeii, preserved for centuries in the volcanic ashes of Mount Vesuvius. The markings visible on the top are made from a Roman bread stamp, which bakeries were required to use in order to mark the source of the loaves, and to prevent fraud.

                  I can’t get over how well it maintained its shape and texture, through both the volcano eruption and the ravages of time. It’s a very unsettling tribute to the normalcy of day-to-day life leading up to the catastrophic event: a (sort of) edible memento mori.

                  Elsewhere on the Museum of Ridiculously Interesting Things:

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                  Imparentato

                  32 comments

                  Is it really edible? If it is completely dry, like bread does under the right conditions, that would prevent it from becoming moldy and in theory it could be watered and baked once more for 10 minutes and be like fresh…

                  This is actually a great example of early branding. The Romans also branded oil lamps and amphorae with the names of the artisan shops that made them. These same names could be found all over the roman world – perhaps the first multinational brands…

                  Reblogged this on Fashionnation1on1 and commented:
                  When we used to visit the Boston Museum of Art, one object always touched us. It was an Egyptian honey cake in a small metal pie pan. Here we have found that we are not the only ones who love and obsess over ancient pastries. Read on… and thanks to Ridiculously Interesting.

                  I think this is quite a good website and I’m learning about Pompeii right now and it is um… boring until I found this website about the Bread! fresco

                  I love this. I am a (devout amateur) baker & have visited Pompeii several times. As an American sailor, I took a couple of young Neapolitan ladies on a guided (by me) tour of Pompeii in 1966. They were amazed at the history of their “neighborhood”. The oven from which the pictured loaf was taken was part of our tour. I found this site while searching to make sure the “Roman style” loaf I intend to bake for my granddaughter tomorrow is authentic in its appearance.

                  …It looks like a big Roman Orio (w/out the filling)

                  I love the bread and the history behind it but please, when educating people, please do so correctly. It is a tribute to the NORMALITY of day to day life, normalcy is not a word!

                  Actually, normalcy is indeed a word although less common than normality, it has been in dictionaries since the mid-nineteenth century, which is about the same time that the word ‘normal’ and ‘normality’ emerged as the concept we understand it as today. (An excellent book on the subject is Lennard Davis’s ‘Enforcing Normalcy: Disability, Deafness, and the Body’, which traces the emergence of statistical measurement in the 19th century to contemporary perceptions of abnormality). The word ‘normalcy’ was rescued from obscurity in a famous speech by American president Warren G Harding in 1920, who, even then, was falsely accused of using a neologism.
                  When educating people, please do so correctly.

                  List of site sources >>>


                  Guarda il video: Allianz Patrimoni dItalia. Parco Archeologico di Pompei, Pompei (Novembre 2021).