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L'integrazione degli europei dell'Est nella politica degli Stati Uniti

L'integrazione degli europei dell'Est nella politica degli Stati Uniti


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Quanto successo hanno avuto e hanno gli europei dell'Est ei loro discendenti nella politica degli Stati Uniti?

Sono abbastanza ben rappresentati (secondo la percentuale che rappresentano nella demografia degli Stati Uniti) nelle legislature?

Esiste una lista di politici americani dell'Europa orientale?

Wikipedia: americani di discendenza dell'Europa orientale


Abbastanza successo, nei casi in cui potevano raccogliere il talento e le connessioni richieste.

La persona che mi viene in mente qui è Dan Rostenkowsi, che per un decennio, quando ero bambino, è stato probabilmente l'uomo più potente di Washington come presidente del Comitato dei modi e dei mezzi della Camera.*. Suo nonno emigrò da Tuchola, in Polonia, e suo padre era un assessore a Chicago. Questa è essenzialmente la prima generazione polacco-americana che entra direttamente nella politica locale e la seconda in quella nazionale.

Altri notabili che erano veri immigrati sono il consigliere per la sicurezza nazionale di Carter Zbignew Brzezinski (Varsavia) e il capo del Dipartimento di Stato di Clinton Madeline Albright (Praga). Anche il padre di Bernie Sanders è nato in Polonia.

Wikipedia ha lunghi elenchi di politici statunitensi di origine polacca e ceca, uno più piccolo per quelli di origine serba e un elenco incompleto per quelli di origine russa.

* - Questo comitato della Camera è stato parodiato nel film Distinguished Gentleman di Eddie Murphy come "The Power Committee". La sua testa ha incontrato più o meno la stessa fine di Rostenkowski.


SCHEDA INFORMATIVA: Gli Stati Uniti e l'Europa centrale e orientale: una cooperazione duratura

Da più di 20 anni gli Stati Uniti ei paesi dell'Europa centrale e orientale lavorano insieme per costruire un'Europa intera, libera e in pace. Oggi stiamo portando avanti i nostri obiettivi comuni di difesa e sicurezza, promuovendo la democrazia e lo stato di diritto e rafforzando la sicurezza e la diversificazione energetica.

Cooperazione in materia di difesa e sicurezza

In risposta all'intervento militare illegale della Russia e al tentativo di annessione del territorio ucraino, gli Stati Uniti, insieme ai nostri alleati della NATO, hanno intrapreso una serie di passi per rafforzare la nostra presenza militare in tutta l'Europa centrale e nei Paesi baltici. Gli Stati Uniti hanno sostenuto gli sforzi della NATO per rassicurare gli alleati attraverso una maggiore e persistente presenza aerea, terrestre e marittima. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno aumentato i loro contributi alla missione di polizia aerea baltica della NATO e il distaccamento aereo USA-Polonia con ulteriori caccia da combattimento hanno rafforzato la propria presenza marittima nel Mar Nero e hanno dispiegato unità di dimensioni aziendali in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia per allenamenti ed esercizi congiunti. Continueremo a cercare modi per espandere ulteriormente queste attività in Europa centrale e nei Paesi baltici insieme ai nostri alleati della NATO, anche in occasione del prossimo vertice della NATO in Galles nel settembre 2014.

Il sostegno a lungo termine della nostra cooperazione in materia di sicurezza si basa sulle fondamenta dei nostri programmi di assistenza nel settore della sicurezza: i programmi di finanziamento militare estero (FMF) e di istruzione e addestramento militare internazionale (IMET). Alla luce dei recenti eventi, questi programmi sono diventati ancora più importanti per aiutare a garantire che i partner della coalizione e i governi stranieri partner siano attrezzati e formati per lavorare verso obiettivi di sicurezza comuni. A tale proposito, sia FMF che IMET aiutano i paesi a rispettare i loro impegni della NATO, migliorare la loro interoperabilità e costruire la loro capacità di spedizione.

L'anno scorso abbiamo celebrato il 20° anniversario del Programma di partenariato statale della Guardia nazionale degli Stati Uniti, iniziato con le forze della Guardia nazionale degli Stati Uniti in collaborazione con le loro controparti negli Stati baltici e che oggi si estende in quasi tutta l'Europa centrale e orientale. Attribuiamo grande valore a queste partnership durature, che hanno rafforzato la comprensione reciproca tra le nostre forze e migliorato la nostra capacità di operare insieme sul campo. Mentre il programma entra nel suo terzo decennio, vogliamo sfruttare il loro successo collaborando con i nostri partner europei per estendere i vantaggi del Programma di partenariato statale ad altri paesi in Africa, Asia-Pacifico e altrove.

Promuovere la democrazia e lo Stato di diritto

Gli Stati Uniti ei suoi partner nell'Europa centrale e orientale sono impegnati a promuovere la democrazia e lo stato di diritto, sia all'interno che all'esterno della regione. Attraverso programmi multilaterali e bilaterali, gli Stati Uniti stanno lavorando con i paesi della regione per combattere la corruzione e promuovere una maggiore trasparenza, responsabilità e reattività del governo. Gli Stati Uniti e i suoi partner europei sponsorizzano congiuntamente progetti di sviluppo nei paesi in transizione dell'Europa orientale e dell'Eurasia, anche attraverso la Community of Democracies e l'Emerging Donors Challenge Fund. Sosteniamo inoltre gli obiettivi a lungo termine dell'Unione europea di promuovere l'associazione politica e approfondire l'integrazione economica degli stati del partenariato orientale di Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina. Alcuni di questi paesi hanno anche aderito agli sforzi multilaterali per sostenere gli sforzi di democratizzazione in Medio Oriente e Nord Africa.


Un trattato per la nostra epoca

Fortunatamente, a quel punto gli Stati Uniti avevano voltato le spalle alla loro tradizionale politica di isolazionismo diplomatico. Gli aiuti forniti attraverso il Piano Marshall finanziato dagli Stati Uniti (noto anche come Programma europeo di ripresa) e altri mezzi hanno favorito un certo grado di stabilizzazione economica. Tuttavia, gli stati europei avevano ancora bisogno di fiducia nella loro sicurezza prima di iniziare a parlare e commerciare tra loro. La cooperazione militare, e la sicurezza che ne deriverebbe, dovrebbero svilupparsi parallelamente al progresso economico e politico.

Con questo in mente, diverse democrazie dell'Europa occidentale si sono unite per attuare vari progetti per una maggiore cooperazione militare e difesa collettiva, compresa la creazione dell'Unione occidentale nel 1948, che sarebbe poi diventata l'Unione dell'Europa occidentale nel 1954. Alla fine, fu deciso che solo un vero accordo di sicurezza transatlantico potrebbe scoraggiare l'aggressione sovietica, impedendo contemporaneamente la rinascita del militarismo europeo e ponendo le basi per l'integrazione politica.

Di conseguenza, dopo molte discussioni e dibattiti, il 4 aprile 1949 fu firmato il Trattato Nord Atlantico. Nel famoso articolo 5 del Trattato, i nuovi alleati convennero "un attacco armato contro uno o più di loro ... sarà considerato un attacco contro tutti loro ” e che in seguito a tale attacco, ogni alleato avrebbe intrapreso “le azioni che riterrà necessarie, compreso l'uso della forza armata” in risposta. Significativamente, gli articoli 2 e 3 del Trattato avevano scopi importanti non immediatamente pertinenti alla minaccia di attacco. L'articolo 3 ha posto le basi per la cooperazione nella preparazione militare tra gli Alleati e l'articolo 2 ha concesso loro un certo margine di manovra per impegnarsi nella cooperazione non militare.

Mentre la firma del Trattato del Nord Atlantico aveva creato alleati, non aveva creato una struttura militare che potesse coordinare efficacemente le loro azioni. La situazione cambiò quando le crescenti preoccupazioni sulle intenzioni sovietiche culminarono nella detonazione sovietica di una bomba atomica nel 1949 e nello scoppio della guerra di Corea nel 1950. L'effetto sull'Alleanza fu drammatico. La NATO ha presto acquisito una struttura di comando consolidata con un quartier generale militare situato nel sobborgo parigino di Rocquencourt, vicino a Versailles. Questo era il quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa, o SHAPE, con il generale americano Dwight D. Eisenhower come primo comandante supremo alleato in Europa, o SACEUR. Poco dopo, gli alleati stabilirono un segretariato civile permanente a Parigi e nominarono il primo segretario generale della NATO, Lord Ismay del Regno Unito.

Con il beneficio degli aiuti e di un ombrello di sicurezza, la stabilità politica fu gradualmente ripristinata nell'Europa occidentale e iniziò il miracolo economico del dopoguerra. Nuovi alleati si unirono all'Alleanza: Grecia e Turchia nel 1952 e Germania occidentale nel 1955. L'integrazione politica europea mosse i suoi primi timidi passi. In reazione all'adesione della Germania occidentale alla NATO, l'Unione Sovietica e i suoi stati clienti dell'Europa orientale hanno formato il Patto di Varsavia nel 1955. L'Europa si è stabilita in una situazione di stallo difficile, simboleggiata dalla costruzione del muro di Berlino nel 1961.

Durante questo periodo, la NATO ha adottato la dottrina strategica della "Massive Retaliation" - se l'Unione Sovietica avesse attaccato, la NATO avrebbe risposto con armi nucleari. L'effetto previsto di questa dottrina era di dissuadere entrambe le parti dall'assunzione di rischi poiché qualsiasi attacco, per quanto piccolo, avrebbe potuto portare a uno scambio nucleare completo. Allo stesso tempo, la "massiccia rappresaglia" ha permesso ai membri dell'Alleanza di concentrare le proprie energie sulla crescita economica piuttosto che sul mantenimento di grandi eserciti convenzionali. L'Alleanza ha anche mosso i primi passi verso un ruolo politico oltre che militare. Fin dalla fondazione dell'Alleanza, gli alleati più piccoli in particolare avevano sostenuto una maggiore cooperazione non militare e la crisi di Suez nell'autunno del 1956 mise a nudo la mancanza di consultazione politica che divideva alcuni membri. Inoltre, il lancio del satellite Sputnik da parte dell'Unione Sovietica nel 1956 ha scioccato gli Alleati in una maggiore cooperazione scientifica. Un rapporto consegnato al Consiglio Nord Atlantico dai ministri degli Esteri di Norvegia, Italia e Canada - i "Tre Saggi" - raccomandava una consultazione e una cooperazione scientifica più solide all'interno dell'Alleanza, e le conclusioni del rapporto portavano, tra l'altro, all'istituzione del Programma scientifico della NATO.


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Il partito detiene attualmente 23 seggi su 200 in parlamento. Le tensioni con la Russia sono aumentate quando a febbraio un monumento dedicato ai soldati sovietici nella seconda guerra mondiale è stato distrutto dai nazionalisti lettoni nella città di Jekabpils.

Polonia
Il partito ultraconservatore Legge e Giustizia è al potere dal 2015 e ha reso la Polonia una delle "squadre imbarazzanti" delle nazioni all'interno dell'UE.

I suoi sforzi per aumentare il controllo politico sulla magistratura sono stati particolarmente controversi, con i manifestanti scesi in piazza e le affermazioni dell'UE che la democrazia polacca si stava indebolendo. Ci sono state accuse simili sul governo che mina i media. A gennaio, il Paese ha introdotto un divieto quasi totale di aborto.

L'anno scorso, il paese ha bloccato un disegno di legge UE per il recupero di Covid su clausole che minacciavano sanzioni finanziarie per i paesi che approvavano leggi antidemocratiche, nonostante la Polonia avesse uno dei peggiori tassi di infezione in Europa in quel momento.

Romania
Il primo ministro Florin Citu si è recentemente espresso a sostegno del tanto diffamato programma di vaccini dell'UE, affermando che ci sarebbe stato "caos" se gli Stati membri fossero stati responsabili del proprio approvvigionamento. Ha sostituito Ludovic Orban, che si è dimesso a seguito di risultati elettorali peggiori del previsto lo scorso anno. L'Alleanza per l'unità dei rumeni – un partito di estrema destra – ha sbalordito gli esperti quando ha ottenuto il 9% dei voti ed è diventato il quarto partito più grande in parlamento.

Il partito si batte per "famiglia, patria, fede e libertà" e ha condotto una campagna per l'unificazione con la Moldova e l'opposizione alla politica progressista e all'ulteriore integrazione europea.

Slovacchia
La Slovacchia ha subito uno dei peggiori tassi di mortalità per Covid, nonostante sia stata la prima a chiudere le frontiere e ad introdurre l'uso della mascherina. In risposta, il primo ministro Igor Matovic ha cercato forniture del vaccino russo Sputnik V, facendo infuriare Bruxelles. I colloqui sono crollati dopo che un giovane partner della coalizione ha ritirato il suo sostegno al piano.

Il paese ha subito un problema di immagine e una crisi politica dopo la sparatoria nel 2018 di un giovane giornalista e della sua fidanzata nella loro casa nella Slovacchia occidentale. Gli omicidi hanno fatto luce su una presunta corruzione e hanno portato alle dimissioni del Primo Ministro e del suo gabinetto.

Ucraina
Il paese ha lottato per ripristinare la stabilità economica e politica dagli eventi iniziati con le proteste di Euromaiden nel 2013 e la divisione etnica e il conflitto mortale con le forze sostenute dalla Russia che ne sono seguite.

Kiev ha esercitato pressioni su Bruxelles per fare il possibile per fermare il controverso gasdotto Nord Stream 2 (NS2) dalla Russia alla Germania, che aggirerebbe le redditizie rotte del gas naturale attraverso le proprie terre. Gli ucraini credono che NS2 faccia parte di una più ampia strategia russa rivolta a loro.

Lituania
Un hotspot europeo per le aziende fintech, è stato anche particolarmente attivo nel tentativo di attirare aziende britanniche che cercano di mantenere legami europei dopo la Brexit.

Anche membro della NATO, la Lituania si è unita a diversi altri stati della regione nel snobbare il vertice "17+1" dei paesi dell'Europa orientale del presidente cinese Xi Kinping e recentemente ha vietato le apparecchiature di scansione cinesi per motivi di sicurezza nazionale.

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La politica della memoria storica nell'Europa orientale

Questo seminario sarà caratterizzato da una discussione con gli autori di un numero speciale online di Politiche e società dell'Europa orientale, dal titolo "Circolazione, condizioni, rivendicazioni: esame della politica della memoria storica nell'Europa orientale".” (Per scaricare una copia dell'intero numero vedi sotto).

Nota: L'evento richiede la registrazione. Clicca qui per registrarti.

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Osservazioni introduttive

Félix Krawatzek, ricercatore senior, membro associato ZOiS Berlino, Nuffield College, Università di Oxford

George Soroka, docente di governo e vicedirettore degli studi universitari Editore del CES Serie di forum aperti e affiliata locale, Università di Harvard

Presentazioni d'autore (7-10 minuti ciascuno)

Susan Divald, Post-Doc in Politica, Università di Oxford

Olga Davydova-Minguet, Post-Doc in Migrazione ed etnia, Università della Finlandia orientale

Félix Krawatzek, ricercatore senior, membro associato ZOiS Berlino, Nuffield College, Università di Oxford

Discussione e domande e risposte (10 minuti)

Interrompi/Zoom allunga (5 minuti)

Presentazioni d'autore (7-10 minuti ciascuno)

Nikolay Koposov, Visiting Professor, Emory University

George Soroka, docente di governo e vicedirettore degli studi universitari Editore del CES Open Forum Series e affiliata locale, Università di Harvard

Commenti finali

Krzysztof Jasiewicz, Ames Professor of Sociology, Washington and Lee University Co-Editor del Journal East European Politics and Societies and Cultures (EEPS)

Di

Vedi di più qui

In tutta l'Europa orientale, il modo in cui viene ricordato il passato è diventato un fattore cruciale per comprendere gli sviluppi politici odierni all'interno e tra gli stati. In questa introduzione presentiamo innanzitutto gli articoli che fanno parte di questa sezione speciale attraverso una discussione sui vari metodi utilizzati dagli autori per dimostrare le potenziali modalità di studio della memoria collettiva. Definiamo quindi le caratteristiche regionali della politica mnemonica dell'Europa orientale e le ragioni del loro carattere spesso conflittuale. Consideriamo quindi tre ambiti tematici che collocano i singoli contributi a questa sezione speciale all'interno del più ampio dibattito accademico. In primo luogo, esaminiamo le condizioni istituzionali e strutturali che modellano la circolazione della memoria e portano a costellazioni conflittuali del ricordo, in secondo luogo, discutiamo di come diversi tipi di regime e regole culturali influenzino l'inquadramento degli episodi storici, prestando attenzione all'integrazione sovranazionale e al ruolo delle tecnologie terzo cambiamento, consideriamo i diversi tipi di attori che modellano il presente ricordo del passato, comprese le élite politiche, i movimenti sociali e la società in generale. Concludiamo identificando diverse strade promettenti per ulteriori ricerche.


Atteggiamenti verso l'integrazione europea nel Donbas: contrastare il mito di una regione ‘pro-russa’

19 maggio 2016: Celebrazione della Giornata dell'Europa nella città ucraina di Pokrovsk, regione di Donetsk. I bambini tengono in mano la bandiera dell'Unione europea.

Mentre la regione più orientale dell'Ucraina, composta dalle oblast di Donetsk e Luhansk (attualmente devastata dalla guerra a seguito dell'aggressione ibrida russa), si è guadagnata la reputazione di una delle aree più euroscettici del paese, la sua prospettiva anti-UE non dovrebbe essere data per scontata . I dati raccolti dal Centro per la pace sostenibile e lo sviluppo democratico (SeeD) suggeriscono che negli ultimi anni si sono verificati importanti cambiamenti e fluttuazioni. Sulla base di ricerche del 2018 e del 2019, questo articolo discute due importanti risultati. [1] Ad esempio, ora è chiaro che una parte dei residenti del Donbas non considera la scelta tra l'UE e l'Unione economica eurasiatica (EAEU) come mutualmente esclusiva. Allo stesso tempo, i dati hanno rivelato che queste scelte politiche tra la popolazione locale possono cambiare drasticamente in un periodo di tempo molto breve.

Tradizionalmente, i sondaggisti ucraini hanno diviso gli intervistati in tre gruppi distinti. Questi includono persone che sostengono l'integrazione nell'UE, coloro che sostengono una più stretta integrazione con la Russia e un campo neutrale. Questo terzo gruppo crede che l'Ucraina dovrebbe essere autosufficiente e forgiare la propria strada. Nonostante ciò, i dati SCORE hanno dimostrato che queste categorie non si escludono a vicenda. In effetti, ci sono persone che sono aperte all'adesione dell'Ucraina a entrambi i sindacati. Sebbene questo gruppo non sia molto numeroso, la sua presenza è un fattore importante da tenere in considerazione quando si discute del paese.

Sulla base del loro sostegno all'adesione all'UE e all'EAEU, i dati SCORE hanno raggruppato gli intervistati in cinque categorie. Questi includono coloro che sostengono l'adesione a entrambi i sindacati, le persone che sostengono l'integrazione nell'UE, coloro che sostengono l'adesione all'EAEU, gli intervistati che non supportano nessuno dei due sindacati e coloro che si sono rifiutati di rispondere alle domande.

Come si vede dal primo grafico, quelli che sostengono la EAEU costituiscono il gruppo più numeroso. Tuttavia, questo rappresenta solo il 30% degli intervistati. Circa il 22% dei partecipanti sostiene l'integrazione europea e un numero simile non sostiene l'adesione dell'Ucraina a nessuna delle organizzazioni. Coloro che sostengono il passaggio all'appartenenza a uno dei due sindacati rappresentano l'11% degli intervistati. Infine, il 16% non ha fornito una risposta a queste domande.

L'indice di coesione e riconciliazione sociale (SCORE) è stato sviluppato attraverso una partnership tra UNDP-ACT e il Centro per la pace sostenibile e lo sviluppo democratico (SeeD)

Cosa sappiamo delle persone che appartengono a ciascun gruppo? In termini generali, mentre le donne e gli anziani hanno maggiori probabilità di sostenere l'EAEU, i giovani e i più ricchi tendono ad essere più europeisti.

Oltre a ciò, i dati forniscono una serie di spunti interessanti. Il gruppo "entrambi i sindacati" è simile al "gruppo solo UE" su una serie di questioni. Ad esempio, questi due gruppi hanno espresso i più alti livelli di fiducia nelle istituzioni dello stato ucraino (il presidente, la Verkhovna Rada, il gabinetto dei ministri, la polizia, ecc.). [2] Si sentono anche i più sicuri personalmente e più liberi di esprimere le proprie convinzioni politiche rispetto agli altri due gruppi. È interessante notare che il gruppo "entrambi i sindacati" è manifestamente più vicino ai gruppi "solo EAEU" e "nessuno dei due sindacati" (sebbene non siano identici nell'atteggiamento) quando si tratta dei territori occupati del Donbas che potrebbero ricevere uno "status speciale". In questo studio, il convenuto ha deciso il significato di "status speciale".

Al contrario, il gruppo "solo EAEU" possiede il livello più basso di fiducia nelle istituzioni statali ucraine. Questi intervistati hanno anche il più basso senso di sicurezza personale e politica. In altre parole, si sentono vulnerabili all'interno dello stato ucraino. Se questo gruppo deve essere accolto all'interno di una futura Ucraina orientata verso l'UE, questo problema deve essere affrontato. Le istituzioni che questo gruppo trova più inaffidabili sono quelle responsabili della fornitura di giustizia, come la polizia, i tribunali e il Consiglio dei ministri.

Inoltre, le preferenze di politica estera della popolazione della regione sono spesso soggette a modifiche. Il "Grafico Due" mostra le opinioni dei quattro gruppi così come erano nel 2018 e nel 2019, nonché come la popolarità di queste prospettive è cambiata tra i due anni. I risultati chiariscono che gli atteggiamenti delle persone tendono a cambiare nel tempo, con i membri di tutti i gruppi in grado di cambiare le loro preferenze geopolitiche. Ciò può anche comportare cambiamenti drastici come diventare un sostenitore dell'UE o dell'EAEU dopo aver precedentemente sostenuto l'altra organizzazione.

Grafico due. Orientamento della politica estera in Donbas: cambiamento di umore (2018 (sinistra) vs 2019 (destra))

L'indice di coesione e riconciliazione sociale (SCORE) è stato sviluppato attraverso una partnership tra UNDP-ACT e il Centro per la pace sostenibile e lo sviluppo democratico (SeeD)

Sebbene sia difficile comprendere appieno i complessi fattori alla base di questi risultati, i dati chiariscono che le preferenze delle persone sono soggette a modifiche. Mostra anche che le preferenze geopolitiche della popolazione sono volatili e dipendono dalle circostanze piuttosto che da rigide convinzioni politiche. Nel complesso, il sostegno all'UE è aumentato del 6,4 per cento nel 2019, raggiungendo il 36 per cento degli intervistati. Allo stesso tempo, il sostegno all'EAEU è sceso dal 4,9% al 44% complessivo.

In termini pratici, i risultati suggeriscono che è possibile un ritorno a una prospettiva più filorussa nella regione. Tuttavia, sembra improbabile che l'integrazione europea diventi un problema di divisione per la popolazione locale dei territori controllati dal governo. Ciò rimarrà vero finché il governo discuterà adeguatamente le implicazioni dell'integrazione con i residenti.

Kateryna Zarembo è un ricercatore associato presso il New Europe Centre (Kyiv, Ucraina) e un docente senior presso l'Università nazionale dell'Accademia di Kiev-Mohyla 8221 (Ucraina).

Oksana Lemishka è un associato presso il Centro per la pace sostenibile e lo sviluppo democratico, ricercatore in media e cultura.

Christoforos Pissarides è un analista di dati, parte del team di dati del Centro per la pace sostenibile e lo sviluppo democratico, attualmente residente a Cipro.

Alessandro Ospite è un esperto di coesione sociale presso il Centro per la pace sostenibile e lo sviluppo democratico, che studia i comportamenti sociali e politici dei cittadini in contesti di conflitto tra cui Ucraina, Sud Sudan, Cipro e Afghanistan.

Per ulteriori analisi sugli atteggiamenti nei confronti dell'integrazione europea tra la popolazione delle oblast di Donetsk e Luhansk, consultare il documento di discussione "European Donbas: How to Talk about European Integration in Donetsk and Luhansk region". Questo studio è stato prodotto dal New Europe Center ed è stato sostenuto dalla Rappresentanza della Fondazione Friedrich Ebert in Ucraina e dal Centro per la pace sostenibile e lo sviluppo democratico (SeeD).

[1] I dati sulle aree controllate dal governo delle oblast di Donetsk e Luhansk sono stati raccolti nel 2018 e nel 2019. Il sondaggio GCA per le oblast di Donetsk e Luhansk è stato condotto dalla società di sondaggi Kantar Ukraine e si basava sui dati sulla popolazione del 2018. i dati includono informazioni sull'età dei partecipanti, il sesso e il tipo di insediamento in cui vivono in ciascuna oblast. Il campione di 3325 intervistati (70 per cento nell'Oblast di Donetsk e 30 per cento nell'Oblast di Luhansk) in 311 insediamenti è stato raccolto mediante l'uso del metodo dell'intervista personale assistita da computer (CAPI). Le interviste sono state condotte dal 16 settembre al 10 novembre 2019.

"SCORE Eastern Ukraine 2018", noto anche come "UN SCORE for Eastern Ukraine (USE)", è stato completato in collaborazione con IoM, SeeD, UNDP e UNICEF. Si basava su un sondaggio di 5344 interviste faccia a faccia con i residenti dei cinque oblast nell'est dell'Ucraina (1407 nell'Oblast di Luhansk e 2127 nell'Oblast di Donetsk, con ulteriori 600 interviste nell'Oblast di Zaporizhzhia, 610 nell'Oblast di Dnipropetrovsk e 600 nell'Oblast' di Kharkiv). Comprendeva anche un "campione di richiamo" per la linea di contatto nelle oblast di Donetsk e Luhansk. Ulteriori 700 interviste sono state condotte con gli intervistati lungo la linea di contatto.

[2] Piuttosto che punteggi oggettivamente alti o bassi, l'uso di "alto" e "basso" qui indica i livelli di supporto in un gruppo rispetto agli altri.

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La rivoluzione illiberale dell'Europa orientale

Nel 1991, quando l'Occidente era impegnato a celebrare la sua vittoria nella Guerra Fredda e l'apparente diffusione della democrazia liberale in tutti gli angoli del mondo, il politologo Samuel Huntington ha lanciato un avvertimento contro l'eccessivo ottimismo. In un articolo per il Giornale della Democrazia intitolata "La terza ondata della democrazia", ​​Huntington ha sottolineato che le due precedenti ondate di democratizzazione, dagli anni '20 agli anni '20 e dal 1945 agli anni '60, erano state seguite da "onde inverse", in cui "i sistemi democratici sono stati sostituiti . . . da forme storicamente nuove di governo autoritario”. Una terza ondata inversa sarebbe possibile, suggeriva, se le nuove grandi potenze autoritarie potessero dimostrare la continua fattibilità di un governo non democratico o "se le persone in tutto il mondo arrivassero a vedere gli Stati Uniti", a lungo un faro di democrazia, "come un potere in declino assediato dalla stagnazione politica, dall'inefficienza economica e dal caos sociale”.

Huntington è morto nel 2008, ma se fosse vissuto, anche lui sarebbe stato probabilmente sorpreso di vedere che la democrazia liberale è ora minacciata non solo nei paesi che hanno attraversato transizioni democratiche negli ultimi decenni, come Brasile e Turchia, ma anche in Occidente democrazie più consolidate. L'autoritarismo, nel frattempo, è riemerso in Russia e si è rafforzato in Cina, e l'avventurismo straniero e la polarizzazione politica interna hanno drammaticamente danneggiato l'influenza globale e il prestigio degli Stati Uniti.

Forse lo sviluppo più allarmante è stato il cambiamento di opinione nell'Europa orientale. Due dei posteri della regione per la democratizzazione postcomunista, l'Ungheria e la Polonia, hanno visto i populisti conservatori ottenere ampie vittorie elettorali demonizzando l'opposizione politica, capro espiatorio delle minoranze e minando i controlli e gli equilibri liberali. Altri paesi della regione, tra cui Repubblica Ceca e Romania, sembrano pronti a seguire. In un discorso del 2014, uno dei nuovi populisti, il primo ministro ungherese Viktor Orban, ha delineato la sua posizione sul liberalismo: “Una democrazia non è necessariamente liberale. Solo perché qualcosa non è liberale, può comunque essere una democrazia". Per mantenere la competitività globale, ha proseguito, "dobbiamo abbandonare i metodi e i principi liberali di organizzazione di una società". Sebbene Orban governi un piccolo paese, il movimento che rappresenta è di importanza globale. In Occidente, dove la volontà popolare rimane la principale fonte di legittimità politica, il suo stile di democrazia illiberale sarà probabilmente la principale alternativa al liberalismo nei prossimi decenni.

Perché la democrazia ha dichiarato guerra al liberalismo più apertamente nell'Europa orientale? La risposta sta nella natura peculiare delle rivoluzioni del 1989, quando gli stati dell'Europa orientale si liberarono dall'impero sovietico. A differenza delle precedenti rivoluzioni, quelle del 1989 non riguardavano l'utopia ma l'idea di normalità, cioè i rivoluzionari esprimevano il desiderio di condurre il tipo di vita normale già disponibile per le persone dell'Europa occidentale. Una volta caduto il muro di Berlino, gli europei dell'est più istruiti e liberali furono i primi a lasciare i loro paesi, provocando gravi crisi demografiche e di identità nella regione. E mentre i collegi elettorali nazionali per la democrazia liberale immigrarono in Occidente, attori internazionali come l'UE e gli Stati Uniti divennero il volto del liberalismo nell'Europa orientale, proprio mentre la loro stessa influenza stava diminuendo. Questo ha posto le basi per la rivolta nazionalista contro il liberalismo che si impadronisce oggi della regione.

IL POTERE DELLE PERSONE

Molti hanno trovato difficile spiegare l'ascesa del populismo dell'Europa orientale. Dopo che il partito populista polacco Legge e Giustizia (noto con la sua sigla polacca, PiS) ha vinto la maggioranza parlamentare nel 2015, Adam Michnik, una delle icone liberali del paese, si è lamentato: "A volte una bella donna perde la testa e va a letto con un bastardo .” Le vittorie populiste, tuttavia, non sono una mistificazione una tantum, ma una scelta consapevole e ripetuta: il partito populista di destra Fidesz ha vinto due elezioni parlamentari consecutive in Ungheria e nei sondaggi il PiS mantiene un vantaggio imponente sui suoi rivali. L'Europa dell'Est sembra intenzionata a sposare il bastardo.

Alcuni successi populisti possono essere attribuiti a problemi economici: Orban è stato eletto nel 2010, dopo che l'economia ungherese si era ridotta del 6,6% nel 2009. Ma problemi simili non possono spiegare perché la Repubblica Ceca, che gode di uno dei tassi di disoccupazione più bassi d'Europa, abbia votato per una sfilza di partiti populisti nelle elezioni parlamentari dello scorso anno, o perché l'intolleranza è in aumento nella Slovacchia economicamente di successo. La Polonia è il caso più sconcertante. Il paese ha avuto l'economia in più rapida crescita in Europa tra il 2007 e il 2017 e ha visto migliorare la mobilità sociale negli ultimi anni. La ricerca del sociologo polacco Maciej Gdula ha dimostrato che gli atteggiamenti politici dei polacchi non dipendono dal fatto che abbiano beneficiato individualmente della transizione postcomunista. La base del partito al governo include molti che sono soddisfatti delle loro vite e hanno condiviso la prosperità del loro paese.

I dettagli della svolta populista dell'Europa orientale variano da paese a paese, così come il carattere e le politiche dei singoli governi populisti. In Ungheria, Fidesz ha usato la sua maggioranza costituzionale per riscrivere le regole del gioco: l'armeggiare di Orban con il sistema elettorale del paese ha trasformato la sua "pluralità in una supermaggioranza", nelle parole del sociologo Kim Lane Scheppele. Corruption, moreover, is pervasive. In a March 2017 article for L'Atlantico, the writer David Frum quoted an anonymous observer who said of Fidesz’s system: “The benefit of controlling a modern state is less the power to persecute the innocent, more the power to protect the guilty.”

Poland’s government has also sought to dismantle checks and balances, especially through its changes to the constitutional court. In contrast to the Hungarian government, however, it is basically clean when it comes to corruption. Its policies are centered less on controlling the economy or creating a loyal middle class and more on the moral reeducation of the nation. The Polish government has tried to rewrite history, most notably through a recent law making it illegal to blame Poland for the Holocaust. In the Czech Republic, meanwhile, Prime Minister Andrej Babis led his party to victory last year by promising to run the state like a company.

Yet beneath these differences lie telling commonalities. Across eastern Europe, a new illiberal consensus is emerging, marked by xenophobic nationalism and supported, somewhat unexpectedly, by young people who came of age after the demise of communism. If the liberals who dominated in the 1990s were preoccupied with the rights of ethnic, religious, and sexual minorities, this new consensus is about the rights of the majority.

Wherever they take power, conservative populists use the government to deepen cultural and political polarization and champion what the American historian Richard Hofstadter termed “the paranoid style” in politics. This style traffics heavily in conspiracy theories, such as the belief, shared by many PiS voters, that the 2010 plane crash that killed President Lech Kaczynski—the brother of the PiS leader Jaroslaw Kaczysnki—was the product of an assassination rather than an accident. This paranoia also surfaces in Fidesz’s assertions that Brussels, aided by the Hungarian-born billionaire George Soros, secretly plans to flood Hungary with migrants.

Eastern Europe’s populists also deploy a similar political vocabulary, casting themselves as the authentic voice of the nation against its internal and external enemies. As the political scientist Jan-Werner Müller has argued, “Populists claim that they and they alone represent the people,” a claim that is not empirical but “always distinctly moral.” Fidesz and PiS do not pretend to stand for all Hungarians or all Poles, but they do insist that they stand for all true Hungarians and all true Poles. They transform democracy from an instrument of inclusion into one of exclusion, delegitimizing nonmajoritarian institutions by casting them as obstacles to the will of the people.

Another common feature of eastern European populism is a Janus-faced attitude toward the EU. According to the latest Eurobarometer polls, eastern Europeans are among the most pro-EU publics on the continent, yet they vote for some of the most Euroskeptical governments. These governments, in turn, use Brussels as a rhetorical punching bag while benefiting from its financial largess. The Hungarian economy grew by 4.6 percent between 2006 and 2015, yet a study by KPMG and the Hungarian economic research firm GKI estimated that without EU funds, it would have shrunk by 1.8 percent. And Poland is the continent’s biggest recipient of money from the European Structural and Investment Funds, which promote economic development in the EU’s less developed countries.

Support for illiberal populism has been growing across the continent for years now, but understanding its outsize appeal in eastern Europe requires rethinking the history of the region in the decades since the end of communism. It is the legacy of the 1989 revolutions, combined with the more recent shocks delivered by the decline of U.S. power and the crisis of the EU, that set in motion the populist explosion of today.

LIBERTY, FRATERNITY, NORMALITY

Although eastern European populism was already on the rise by the beginning of the current decade, the refugee crisis of 2015–16 made it the dominant political force in the region. Opinion polls indicate that the vast majority of eastern Europeans are wary of migrants and refugees. A September 2017 study by Ipsos revealed that only five percent of Hungarians and 15 percent of Poles believe that immigration has had a positive impact on their country and that 67 percent of Hungarians and 51 percent of Poles think their countries’ borders should be closed to refugees entirely.

During the refugee crisis, images of migrants streaming into Europe sparked a demographic panic across eastern Europe, where people began to imagine that their national cultures were under the threat of vanishing. The region today is made up of small, aging, ethnically homogeneous societies—for example, only 1.6 percent of those living in Poland were born outside the country, and only 0.1 percent are Muslim. In fact, cultural and ethnic diversity, rather than wealth, is the primary difference between eastern and western Europe today. Compare Austria and Hungary, neighboring countries of similar size that were once unified under the Habsburg empire. Foreign citizens make up a little under two percent of the Hungarian population in Austria, they make up 15 percent. Only six percent of Hungarians are foreign-born, and these are overwhelmingly ethnic Hungarian immigrants from Romania. In Austria, the equivalent figure is 16 percent. In the eastern European political imagination, cultural and ethnic diversity are seen as an existential threat, and opposition to this threat forms the core of the new illiberalism.

Some of this fear of diversity may be rooted in historical traumas, such as the disintegration of the multicultural Habsburg empire after World War I and the Soviet occupation of eastern Europe after World War II. But the political shock of the refugee crisis cannot be explained by the region’s history alone. Rather, eastern Europeans realized during the course of the refugee crisis that they were facing a new global revolution. This was not a revolution of the masses but one of migrants it was inspired not by ideological visions of the future but by images of real life on the other side of a border. If globalization has made the world a village, it has also subjected it to the tyranny of global comparisons. These days, people in the poorer parts of the world rarely compare their lives with those of their neighbors they compare them instead with those of the most prosperous inhabitants of the planet, whose wealth is on full display thanks to the global diffusion of communications technologies. The French liberal philosopher Raymond Aron was right when he observed, five decades ago, that “with humanity on the way to unification, inequality between peoples takes on the significance that inequality between classes once had.” If you are a poor person in Africa who seeks an economically secure life for your children, the best you can do for them is to make sure they are born in a rich country, such as Denmark, Germany, or Sweden—or, failing that, the Czech Republic or Poland. Change increasingly means changing your country, not your government. And eastern Europeans have felt threatened by this revolution.

The great irony is that although eastern Europe today is reacting with panic to mass migration, the revolutions of 1989 were the first in which the desire to exit one’s country, rather than to gain a greater voice within it, was the primary agent of change. After the fall of the Berlin Wall, many in the former communist bloc expressed their wish for change by immigrating to the West rather than staying home to participate in democratic politics. In 1989, eastern Europeans were not dreaming of a perfect world they were dreaming of a normal life in a normal country. If there was a utopia shared by both the left and the right during the region’s postcommunist transition, it was the utopia of normality. Experiments were forbidden. In 1990, Czech Finance Minister Vaclav Klaus (who later became prime minister and then president) said of finding a middle ground between capitalism and socialism, “The third way is the fastest way to the Third World.” Eastern Europeans dreamed that European unification would proceed along the same lines as German reunification, and in the early 1990s, many Czechs, Hungarians, and Poles envied the East Germans, who were issued German passports overnight and could spend the deutsche mark immediately.

Revolutions as a rule cause major demographic disruptions. When the French Revolution broke out, many of its opponents ran away. When the Bolsheviks took power in Russia, millions of Russians fled. But in those cases, it was the defeated, the enemies of the revolution, who saw their futures as being outside their own country. After the 1989 revolutions, by contrast, it was those most eager to live in the West, those most impatient to see their countries change, who were the first to leave. For many liberal-minded eastern Europeans, a mistrust of nationalist loyalties and the prospect of joining the modern world made emigration a logical and legitimate choice.

As a result, the revolutions of 1989 had the perverse effect of accelerating population decline in the newly liberated countries of eastern Europe. From 1989 to 2017, Latvia lost 27 percent of its population, Lithuania 23 percent, and Bulgaria almost 21 percent. Hungary lost nearly three percent of its population in just the last ten years. And in 2016, around one million Poles were living in the United Kingdom alone. This emigration of the young and talented was occurring in countries that already had aging populations and low birthrates. Together, these trends set the stage for a demographic panic.

It is thus both emigration and the fear of immigration that best explain the rise of populism in eastern Europe. The success of nationalist populism, which feeds off a sense that a country’s identity is under threat, is the outcome of the mass exodus of young people from the region combined with the prospect of large-scale immigration, which together set demographic alarm bells ringing. Moving to the West was equivalent to rising in social status, and as a result, the eastern Europeans who stayed in their own countries started feeling like losers who had been left behind. In countries where most young people dream of leaving, success back home is devalued.

In recent years, a rising desire for self-assertion has also caused eastern Europeans to chafe at taking orders from Brussels. Although during the 1990s, the region’s politicians, eager to join NATO and the EU, had been willing to follow the liberal playbook, today, they wish to assert their full rights as members of the European club. Eastern Europe’s integration into the EU mirrors at a national level the experience of integration familiar from the stories of immigrants around the world. First-generation immigrants wish to gain acceptance by internalizing the values of their host country second-generation immigrants, born in the new country, fear being treated as second-class citizens and often rediscover an interest in the traditions and values of their parents’ culture. Something similar happened to eastern European societies after joining the EU. Many people in those countries used to view Brussels’ interference in their domestic politics as benevolent. Over time, they have started to see it as an intolerable affront to their nations’ sovereignty.

THE RETURN OF GEOPOLITICS

The final ingredient in eastern Europe’s illiberal turn is the deep current of geopolitical insecurity that has always afflicted the region. In 1946, the Hungarian intellectual Istvan Bibo published a pamphlet called The Misery of the Small States of Eastern Europe. In it, he argued that democracy in the region would always be held hostage to the lingering effects of historical traumas, most of them related to eastern European states’ history of domination by outside powers. Poland, for instance, ceased to exist as an independent state following its partition by Austria, Prussia, and Russia in the late eighteenth century Hungary, meanwhile, saw a nationalist revolution crushed in 1849, before losing more than two-thirds of its territory and one-half of its population in the 1920 Treaty of Trianon.

Not only did these historical traumas make eastern European societies fear and resent external powers they also, Bibo argued, secured these countries in the belief that “the advance of freedom threatens the national cause.” They have learned to be suspicious of any cosmopolitan ideology that crosses their borders, whether it be the universalism of the Catholic Church, the liberalism of the late Habsburg empire, or Marxist internationalism. The Czech writer and dissident Milan Kundera captured this sense of insecurity well when he defined a small nation as “one whose very existence may be put in question at any moment.” A citizen of a large country takes his nation’s survival for granted. “His anthems speak only of grandeur and eternity. The Polish anthem however, starts with the verse: ‘Poland has not yet perished.’”

If one effect of eastern Europe’s post-1989 emigration was to kick-start the demographic panic that would later take full form during the refugee crisis, another, equally important effect was to deprive countries in the region of the citizens who were most likely to become domestic defenders of liberal democracy. As a result, liberal democracy in eastern Europe came to rely more and more on the support of external actors such as the EU and the United States, which over time came to be seen as the real constraints on the power of majorities in the region. Bucharest’s desire to join the EU, for instance, was primarily responsible for its decision to resolve a long-running dispute with Hungary about the rights of ethnic Hungarians in Romania. And the EU’s eligibility rules, known as the Copenhagen criteria, make legal protections for minorities a precondition for membership in the union.

The central role of the EU and the United States in consolidating eastern Europe’s liberal democracies meant that those democracies remained safe only so long as the dominance of Brussels and Washington in Europe was unquestioned. Yet over the last decade, the geopolitical situation has changed. The United States had already been hobbled by expensive foreign wars and the financial crisis before the election of Donald Trump as its president raised serious questions about Washington’s commitment to its allies. In Europe, meanwhile, the consecutive shocks of the debt crisis, the refugee crisis, and Brexit have called the future of the EU itself into question. This came just as Russia, under the authoritarian government of President Vladimir Putin, was beginning to reassert itself as a regional power, seizing Crimea from Ukraine in 2014 and backing a secessionist insurgency in the country’s east.

Huntington predicted in 1991 that a strong, nondemocratic Russia would pose problems for the liberal democracies of eastern Europe, and the rise of Putin’s Russia has in fact undermined them. For eastern European leaders such as Orban, already fed up with liberalism, Putin’s combination of authoritarian rule and anti-Western ideology has served as a model to emulate. For many Poles, the return of the Russian threat was one more argument to vote for an illiberal government that could protect the nation. In other eastern European countries, such as the Baltic states, Russia has simply acted as a spoiler by attempting to spread disinformation. Across the region, the return of geopolitical insecurity has contributed to the fading attractiveness of liberal democracy.

AN ILLIBERAL EUROPE?

Eastern European populism is a recent phenomenon, but it has deep roots in the region’s politics and is unlikely to go away anytime soon. “The worrying thing about Orban’s ‘illiberal democracy,’” according to the Hungarian-born Austrian journalist Paul Lendvai, is that “its end cannot be foreseen.” Indeed, illiberal democracy has become the new form of authoritarianism that Huntington warned about more than two decades ago. What makes it particularly dangerous is that it is an authoritarianism born within the framework of democracy itself.

The new populists are not fascists. They do not believe in the transformative power of violence, and they are not nearly as repressive as the fascists were. But they are indifferent to liberal checks and balances and do not see the need for constitutional constraints on the power of the majority—constraints that form a central part of EU law. The main challenge posed by eastern European populism is therefore not to the existence of democracy at the level of the nation but to the cohesion of the EU. As more countries in the region turn toward illiberalism, they will continue to come into conflict with Brussels and probe the limits of the EU’s power, as Poland has already done with its judicial reforms. Eventually, the risk is that the EU could disintegrate, and Europe could become a continent divided and unfree.


The United States and Central and Eastern Europe: Enduring Cooperation

For more than 20 years the United States and the countries of Central and Eastern Europe have worked together to build a Europe that is whole, free, and at peace. Today, we are advancing our common defense and security goals, promoting democracy and rule of law, and enhancing energy security and diversification.

Defense and Security Cooperation

In response to Russia’s illegal military intervention and attempted annexation of Ukrainian territory, the United States, along with our NATO allies, has undertaken a number of steps to reinforce our military presence across Central Europe and the Baltics. The United States has supported NATO efforts to reassure allies through an increased and persistent air, land, and sea presence. For example, the United States has augmented its contributions to NATO’s Baltic Air Policing Mission and the U.S.-Poland aviation detachment with additional fighter jets bolstered its maritime presence in the Black Sea and deployed company-sized units to Estonia, Latvia, Lithuania, and Poland for joint training and exercises. We will continue to look for ways to further expand these activities in Central Europe and the Baltics together with our NATO allies, including at the upcoming NATO summit in Wales in September 2014.

The long-term sustainment of our security cooperation is built upon the foundation of our security-sector assistance programs — Foreign Military Financing (FMF) and the International Military Education and Training (IMET) programs. In light of recent events, these programs have become even more important to help ensure coalition partners and partner foreign governments are equipped and trained to work toward common security goals. In that regard, both FMF and IMET help countries meet their NATO commitments, improve their interoperability, and build their expeditionary capacity.

Last year we marked the 20th anniversary of the U.S. National Guard’s State Partnership Program, which began with U.S. National Guard forces partnering with their counterparts in the Baltic states and today extends across almost all of Central and Eastern Europe. We attach great value to these enduring partnerships, which have enhanced mutual understanding between our forces and improved our ability to operate together in the field. As the program enters its third decade, we want to build on their success by working together with our European partners to extend the benefits of the State Partnership Program to additional countries in Africa, the Asia-Pacific, and elsewhere.

Promoting Democracy and the Rule of Law

The United States and its partners in Central and Eastern Europe are dedicated to promoting democracy and the rule of law, both within and outside the region. Through multilateral and bilateral programs, the United States is working with countries in the region to combat corruption and promote greater government transparency, accountability, and responsiveness. The United States and its European partners co-sponsor development projects in transitioning countries from Eastern Europe and Eurasia, including through the Community of Democracies and the Emerging Donors Challenge Fund. We also support the European Union’s long-term objectives of furthering the political association and deepening the economic integration of Eastern Partnership states of Armenia, Azerbaijan, Belarus, Georgia, Moldova, and Ukraine. A number of these countries have also joined multilateral efforts to assist democratization efforts in the Middle East and North Africa.


Trump Needs to Demilitarize His Rhetoric

Anti-Semitism in the U.S. is nothing new. Still, it’s shocking to hear coded language—whatever the intention—come from the top.

About the author: Julian E. Zelizer is a history and public-affairs professor at Princeton University. He is the author of the forthcoming book Burning Down the House: Newt Gingrich, the Fall of a Speaker, and the Rise of the New Republican Party.

Anti-Semitism reared its ugly head this Sabbath in the deadliest attack on Jews in American history. The 46-year-old Robert D. Bowers walked into Pittsburgh’s Tree of Life synagogue and opened fire on congregants as he yelled out, “All Jews must die!” Bowers is so far to the right and so addled by hatred that he has refused to support President Donald Trump on the grounds that he is “controlled by Jews.”

Speaking to reporters shortly after the shooting, Trump expressed his condolences and said, “You wouldn’t think this would be possible in this day and age, but we just don’t seem to learn from the past.”

But the president can’t really be so surprised. He has been warned repeatedly about the dangers of tolerating white nationalism even as he has borrowed language from anti-Semitic propaganda.

When the president has played in this sandbox for political purposes, he has been playing with fire. Although American Jews has never experienced the same level of virulent, state-sanctioned aggression as European Jews have, anti-Semitism has never been absent in this country. Like their analogues abroad, populist American leaders in the 19th century told their followers that Jewish bankers posed a threat to the security of hardworking Americans. Images of Jews with big noses and crooked faces were commonplace in political cartoons. When more than 1.7 million Eastern European Jews arrived in the country at the turn of the 20th century, they encountered nativist organizations that fought for federal restrictions on immigration.

In perhaps the most famous American anti-Semitic incident of the last century, a mob in 1915 stormed a Georgia prison to seize the Jewish businessman Leo Frank, who had been falsely accused of murdering a 13-year-old Christian girl. They lynched him.

The most famous American anti-Semite may have been the automobile giant Henry Ford, who published a newspaper in the 1920s, L'indipendente Dearborn, that served as an outlet for anti-Semitic propaganda. Ford once wrote that there was a “Jewish plan to control the world, not by territorial acquisition, not by military aggression, not by governmental subjugation, but by control of the machinery of commerce and exchange.” A close second to Ford was the aviator Charles Lindbergh, the spokesman for the America First Committee, which opposed U.S. entry into World War II. Another contender was the wildly popular “radio priest” Father Charles Coughlin, who railed against “world Jewish domination.”

Anti-Semitism manifested itself at every level of society and across the country. In the South, the Ku Klux Klan also targeted Jews as it went after African Americans. Jews “procured” young women to “enhance their own monetary interests,” the Klan stated in the 1920s. In Dorchester, Massachusetts, Irish Catholic gangs in the 1940s roved the streets in “Jew Hunts” that culminated in physical assaults. Even as Jews started to break into certain industries, such as entertainment, in the 1930s and ’40s, they confronted tight restrictions that kept them out of law firms, medical professions, universities and colleges, fraternities, hotels, country clubs, and more. One hotel boasted in an advertisement, “No Hebrews or tubercular guests received.” Elite institutions of higher learning such as Harvard, Yale, Columbia, and Princeton imposed strict quotas on how many Jews they would admit. The application for Sarah Lawrence College asked, “Has your daughter been brought up to strict Sunday observance?” Like African Americans, Jews were subject to restrictive real-estate covenants that prevented “Hebrews” from living in particular neighborhoods.

Conditions improved after World War II. The horror of the Holocaust made overtly anti-Semitic ideas and policies unacceptable in mainstream U.S. society. The number of Americans who heard “criticism or talk against Jews,” according to the historian Leonard Dinnerstein, declined from 64 percent in 1946 to 12 percent in 1959.

Much of the Jewish community prospered, securing middle-class jobs across a number of industries and settling into the growing suburban communities of postwar America. Jewish synagogues and civic institutions sprouted up in almost every region of the country. Federal and state legislation outlawed residential and employment discrimination. The head of the Anti-Defamation League, Benjamin Epstein, called this era the “golden age” for American Jews. The Jewish community was elated when in 1965 Vatican II adopted a version of the “Nostra Aetate,” which rescinded the charge that Jews were responsible for the death of Jesus.

But anti-Semitism did not disappear from American life. Anti-Semitic rhetoric was intertwined with anti-communist rhetoric during the Cold War era. The Democratic Congressman John E. Rankin of Mississippi proclaimed that the issue of the era was “Yiddish Communism versus Christian civilization.” Anti-Semitism and racism also went hand in hand. When Rabbi Abraham Heschel joined Martin Luther King Jr. to march for voting rights in Selma, Alabama, in 1965, he was dismayed to see banners that read: “Koons, Kikes, and Niggers Go Home!”

Anti-Semitism has continued to crop up on the right side of the political spectrum. In 1990, the America First pundit and future presidential candidate Patrick Buchanan blamed Operation Desert Storm on “the Israeli defense ministry and its ‘amen corner’ in the United States.” But anti-Semitism has also stained the left. Just recently, the Nation of Islam leader Louis Farrakhan, who has been making hateful comments about Jews since the early 1980s, warned supporters of “Satanic Jews who have infected the whole world with poison and deceit.” On college campuses in particular, criticism of Israel has sometimes veered into anti-Semitism.

But if anti-Semitism in the U.S. is nothing new, it’s still shocking to hear coded language—whatever the intention—come from the very top. Despite having a daughter, a son-in-law, and grandchildren who are Jewish, Trump has dabbled in anti-Semitic rhetoric. In April 2013, seeking to criticize Lo spettacolo quotidiano, he tweeted: “I promise you that I’m much smarter than Jonathan Leibowitz—I mean Jon Stewart @TheDailyShow.” As a candidate in 2016, he retweeted messages from anti-Semitic supporters and refused to clearly distance himself from the former KKK Grand Wizard David Duke. He embraced the label of America First, which carries obvious anti-Semitic resonances, and tweeted out a photograph of Hillary Clinton next to a Star of David and in front of piles of money, with text that read: “Most Corrupt Candidate Ever!”

Just days after Trump was warned about the anti-Semitic implications of a speech alleging a globalist conspiracy, his campaign ran an ad showing images of three Jews—the billionaire philanthropist George Soros the then-chair of the Federal Reserve, Janet Yellen and Goldman Sachs CEO Lloyd Blankfein. In the voice-over, Trump said, “The establishment has trillions of dollars at stake in this election. For those who control the levers of power in Washington and for the global special interest, they partner with these people that don’t have your good in mind.” That line about “the levers of power,” whatever his intentions, was darkly reminiscent of the Protocols of the Elders of Zion.

After Trump became president, the situation did not improve. The so-called alt-right, which includes anti-Semitic groups, was pleased to see the head of their preferred platform, Breitbart News, have a seat in the Oval Office through adviser Steve Bannon. In January 2017, the White House’s official message on Holocaust Remembrance Day did not mention Jews or anti-Semitism. The worst moment occurred when Trump refused to come down hard and decisively against the neo-Nazis who marched in Charlottesville, Virginia, in August 2017 chanting, “The Jews will not replace us!”

In recent weeks, the president has used Soros—increasingly a boogeyman in anti-Semitic conspiracy circles—as a major foil. During Supreme Court Justice Brett Kavanaugh’s contentious confirmation hearings, he tweeted out a message claiming that the opposition to his nominee was being “paid for by Soros and others.”

It’s not just the head of the Republican Party who’s crossing the line. A Republican congressional candidate in Illinois, Arthur Jones, once called the Holocaust an “international extortion racket.” The National Republican Congressional Committee released an ad in Minnesota that depicts Soros as a puppet master, standing over piles of cash, causing social unrest and “owning” Democrat Dan Feehan.

More generally, Trump and the GOP’s hard-line anti-immigration policies plug into a long history of white nationalism. By fanning the flames of one form of hatred, nativist xenophobia, they unintentionally but no less inevitably fan the flames of anti-Semitism as well.

In this environment, it’s no surprise that the number of reported anti-Semitic incidents increased by 57 percent in 2017, according to the Anti-Defamation League. From January to September 2018, 50 anti-Semitic attacks were reported in Pittsburgh, according to the Pittsburgh Jewish Chronicle. Two new studies, one by the Anti-Defamation League and another by the Columbia University professor Jonathan Albright, found that the number of anti-Semitic posts have increased on Instagram and Twitter. One frequent target has been the Hebrew Immigrant Aid Society, or HIAS , which has been lobbying for the admission of refugees. Connecting the dots between his pathologies, hours before the shooting, Robert D. Bowers posted online: “HIAS likes to bring invaders in that kill our people. I can’t sit by and watch my people get slaughtered. Screw your optics, I’m going in.”

Some segments of the Jewish community have been silent in the face of these developments, perhaps because they believe that the GOP, and Trump in particular, are strong advocates for Israel and of Benjamin Netanyahu’s government.

After the massacre in Pittsburgh, Trump suggested that American synagogues hire armed guards with assault weapons. Rather than militarizing prayer, Trump should demilitarize his rhetoric. His language has been a kind of ammunition.


Master's Programme in Southeast European Studies

The MA in Southeast European Studies: Politics, History, Economics is an intense one-year graduate programme, taught in English at the National and Kapodistrian University of Athens.

The Programme is primarily addressed to graduates in the social sciences and humanities (politics, sociology, economics, social anthropology, political and social history, Balkan studies, Modern Greek Studies, journalism, etc). Based on its interdisciplinary nature, it aims at providing a thorough understanding of the key historical, social, political, economic, and cultural issues of Southeastern Europe (henceforth SEE).

The Programme has an excellent student-teacher ratio, and a strong international character, actively encouraging the participation of students from around the world. In addition to its academic aims, the Programme offers a unique opportunity for students with different backgrounds and experiences to spend an academic year in Athens, learning about Southeastern Europe with and from each other.

The academic year 2020-2021 marks the twentienth second year of the MA in SEE studies. This period has seen outheastern Europe’s transformation from a war zone to a region on its way to integration into the European Union. The multinational, multi-disciplinary Programme in Southeast European Studies, founded during the Kosovo crisis, has been part of that transition. Created in 1999 as part of the Royaumont Process, in its first years the Programme was supported by the Stability Pact for Southeastern Europe it has since aimed at facilitating cross-border academic and scientific cooperation, bringing together students from all over the region and beyond, and promoting mutual understanding and good neighbourly relations.


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