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Chi era l'esploratrice pionieristica Mary Kingsley?

Chi era l'esploratrice pionieristica Mary Kingsley?


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Il 3 giugno 1900 l'esploratrice, scrittrice e avventuriera britannica Mary Kingsley morì mentre curava volontariamente prigionieri di guerra boeri in Sudafrica. Aveva solo 38 anni.

Stranamente, in un'epoca che incoraggia il riconoscimento di donne precedentemente trascurate e la comprensione e la celebrazione di un'ampia gamma di culture, il lavoro pionieristico di Kingsley in Africa è poco conosciuto.

Eppure ha avuto un forte impatto sulla storia dell'Africa, sul ruolo delle donne nell'esplorazione e sull'Impero britannico.

Prime influenze

Mary era la primogenita di George Kingsley, un viaggiatore e scrittore moderatamente noto a pieno titolo. Ma mentre ci si aspettava grandi cose dai suoi fratelli, Mary fu incoraggiata a leggere Jane Austen e non ricevette alcuna istruzione formale.

Ha sempre mostrato un grande interesse per i viaggi di suo padre, in particolare il viaggio che ha fatto negli anni '70 dell'Ottocento negli Stati Uniti d'America. Solo il brutto tempo gli ha impedito di unirsi al generale Custer prima della disastrosa battaglia del Little Bighorn.

Si pensa che le osservazioni di George sul trattamento brutale dei nativi americani abbiano suscitato l'interesse di Mary per come se la cavassero i sudditi africani dell'Impero britannico sotto i loro nuovi padroni.

Ha letto le memorie di molti esploratori durante i viaggi attraverso "il continente oscuro" e ha sviluppato un interesse per la cultura africana, che credeva fosse minacciata dagli sforzi goffi ma benintenzionati dei missionari occidentali.

Africa nel 1917. Mentre molto era stato rivendicato dalle potenze europee, l'interno era in gran parte sconosciuto

Gli orizzonti di Mary si espansero nel 1886, quando suo fratello Charley ottenne un posto al Christ's College di Cambridge, esponendola a una nuova rete di persone istruite e benestanti.

La famiglia si trasferì a Cambridge poco dopo e Mary riuscì a ottenere una formazione in medicina, cosa che sarebbe tornata utile nella giungla africana.

Gli obblighi familiari la tennero legata all'Inghilterra fino alla morte dei suoi genitori nel 1892. La sua eredità finalmente le permise di perseguire il suo sogno di una vita di esplorare l'Africa.

Non ha aspettato, dirigendosi verso la Sierra Leone meno di un anno dopo. All'epoca era considerato sia eccezionale che pericoloso per una donna viaggiare da sola, specialmente nell'interno ancora in gran parte inesplorato del continente.

Questo non la dissuase. Dopo un ulteriore addestramento nel trattamento delle malattie tropicali, Mary partì per la giungla angolana completamente sola.

Gus Casely-Hayford parla di vari aspetti della storia africana: l'importanza della storia africana e perché appartiene a tutti noi, le varie civiltà, come Timbuktu è diventata un centro di apprendimento senza pari, la necessità di continuare a costruire la fiducia culturale africana sulla scia del colonialismo e dell'eccitante futuro che l'archeologia africana ha in serbo.

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Lì ha vissuto a fianco della gente del posto; imparando le loro lingue, i loro metodi per sopravvivere nel deserto e cercando di capirli in misura molto maggiore di molti dei suoi predecessori.

Dopo il successo di questo primo viaggio, è tornata in Inghilterra per assicurarsi più fondi, pubblicità e forniture, prima di tornare il più rapidamente possibile.

Questo secondo viaggio, nel 1894, la vide correre rischi ancora maggiori, addentrandosi più in profondità in un territorio poco conosciuto. Incontrò stregoni, cannibali e praticanti di bizzarre religioni locali. Rispettava queste tradizioni ma era turbata dalle pratiche più crudeli.

I suoi appunti e le sue memorie erano ironici e spiritosi e contenevano molte nuove osservazioni sulle pratiche e sugli stili di vita di queste tribù incontaminate.

Per alcuni, come i Fang del Camerun e del Gabon, è stata la prima occidentale che avessero mai conosciuto, una responsabilità che sembra aver apprezzato e apprezzato.

Maschera Ngontang a 4 facce del popolo Fang

Questa seconda spedizione è stata un grande successo. L'ha persino vista diventare la prima occidentale – figuriamoci una donna – a scalare il Monte Camerun per una nuova e pericolosa via.

È tornata in Inghilterra come una celebrità ed è stata accolta da una tempesta di interesse da parte della stampa, in gran parte negativa. L'assertività dei suoi resoconti e risultati pubblicati portano i giornali a descriverla come una "donna nuova" - un termine in gran parte dispregiativo di svolta del secolo per una prima femminista.

Ironia della sorte, Mary ha fatto tutto il possibile per prendere le distanze dalle prime suffragette, essendo più interessata ai diritti delle tribù africane. Eppure, nonostante la negatività della stampa, Mary ha girato il Regno Unito tenendo conferenze sulla cultura africana a un pubblico gremito.

Autoritratto di Frances Benjamin Johnston (come "Nuova Donna"), 1896

Le sue opinioni erano certamente in anticipo sui tempi. Ha rifiutato di condannare alcune pratiche africane, come la poligamia, per principio cristiano. Invece sostenne che erano necessari nel tessuto molto diverso e complesso della società africana e che sopprimerli sarebbe stato dannoso.

Il suo rapporto con l'impero era più complesso. Sebbene desiderasse preservare le molte culture africane che incontrava, non era la critica apertamente all'imperialismo che alcuni dei suoi ammiratori moderni la definivano.

Lawrence James è uno storico e scrittore inglese. Ha scritto diverse opere di storia popolare sull'Impero britannico. L'ultimo libro di Lawrence si intitola Empires in the Sun: The Struggle for the Mastery of Africa.

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Alla luce delle sue esperienze, ha concluso che l'arretratezza della società africana aveva bisogno di una guida, purché fosse gentile e comprendesse l'importanza della cultura e della tradizione locale.

Sebbene oggi sgradevole, le sue opinioni erano del suo tempo e giocarono un ruolo importante nel plasmare il modo in cui l'Impero britannico si vedeva.

Con una maggiore comprensione dei suoi sudditi venne un comportamento diverso e meno sfruttatore nei loro confronti, che contribuì notevolmente alla disgregazione pacifica dell'Impero dopo la seconda guerra mondiale.


NEWSMAKERS DIMENTICATI

Mary Kingsley è stata concepita fuori dal matrimonio, i suoi genitori si sono sposati solo quattro giorni prima della sua nascita. Ha mantenuto questo fatto segreto, ma forse questo, e la mancanza di educazione religiosa, hanno infuso in lei l'impulso di sfidare le aspettative di una donna vittoriana.

Durante la sua infanzia in Inghilterra, Kingsley è stata per lo più lasciata a se stessa. Sua madre era malata e suo padre era un medico che trascorreva la maggior parte del tempo viaggiando all'estero. Fedele al doppio standard dell'epoca, il fratello minore Charley studiò a Cambridge e a Kingsley non fu data alcuna opportunità di andare a scuola se non per alcune lezioni di tedesco per aiutare suo padre a tradurre testi scientifici. Si è presa la responsabilità di leggere volumi di libri nella biblioteca di suo padre, in particolare quelli sulla scienza e sui paesi stranieri. I racconti delle avventure di suo padre hanno stuzzicato la sua curiosità e le hanno dato una finestra su una vita che avrebbe sognato.

Kingsley ha interpretato il ruolo di figlia rispettosa per 30 anni. Mentre la salute di sua madre peggiorava, i doveri domestici di Kingsley includevano l'infermiera. Il dottor Kingsley ha contratto la febbre reumatica durante un viaggio ed è stato anche costretto a letto.

All'inizio del 1892 entrambi i genitori morirono entro tre mesi. Non ci sono indicazioni che avesse dei corteggiatori, quindi Kingsley si era rassegnato a vivere con suo fratello, un totale fallimento.

Nel 1982, Kingsley fece un breve viaggio alle Isole Canarie, e questo le lasciò desiderare di più. Stava cercando uno scopo e ha deciso di recarsi in Africa occidentale per seguire alcuni dei progetti di suo padre. Quando Charley andò in Asia nel 1983, Kingsley colse l'occasione.

Ha cercato il consiglio di amici ed esperti prima di partire, i quali l'hanno avvertita di non andare. Ignorando i loro consigli, nell'agosto 1893 Kingsley arrivò in Angola. Nonostante il clima caldo, indossava le gonne, le camicette, le scarpe abbottonate alte e i cappelli che portava a casa, sentendo che anche in Africa non poteva giustificare un abbigliamento poco dignitoso. In quanto zitella bianca, Kingsley era un'anomalia in Africa. Le uniche altre donne occidentali erano mogli di missionari.

Aveva una missione. Alcuni medici e scienziati che le hanno consigliato di rimanere a casa hanno suggerito che se fosse andata comunque, avrebbe potuto aiutarli raccogliendo campioni di pesci e piante, cosa che ha fatto.

Nel dicembre 1893 Kingsley tornò in Inghilterra e iniziò a prepararsi per la sua prossima spedizione africana. Un anno dopo si ritrovò di nuovo nei villaggi e nelle giungle dell'Africa occidentale. Kingsley ha esplorato senza paura aree in cui nessun bianco era mai stato prima. Ha remato una canoa lungo il fiume Ogowe in Gabon ed è stata la prima donna a scalare il Monte Camerun, con una vetta di 13.700 piedi.

I suoi incontri con gli animali erano spesso da far rizzare i capelli e aveva un sano rispetto per le loro capacità naturali. “Ogni volta che ho incontrato un animale terribile nella foresta e so che mi ha visto, prendo il consiglio di Girolamo, e invece di fare affidamento sul potere dell'occhio umano, mi affido a quello della gamba umana, ed effettuo una ritirata magistrale nel faccia del nemico». Ha dichiarato il leopardo "l'animale più adorabile che abbia mai visto". 1

Nel trattare con i nativi, l'esploratore aveva un approccio molto non giudicante. Sapeva che i viaggiatori, soprattutto donne, erano stranezze per gli africani, così divenne una commerciante di tessuti che vendeva stoffe per gomma e avorio. L'integrazione nelle società invece di limitarsi a osservare e documentare la rendeva più cara agli indigeni. Descrisse le sue interazioni con i Fang (Fan), una tribù cannibale, dicendo: "Presto nacque un certo tipo di amicizia tra il Fan e me. Ognuno di noi riconosceva di appartenere a quella stessa parte della razza umana con la quale è meglio bere che combattere.

Aveva un'altissima considerazione per la vita indigena dei nativi. Ha sorpreso Kingsley che si fosse affezionata a loro. Ha scritto: "Confesso che mi piace l'africano nel complesso, una cosa che non mi sarei mai aspettato di fare. Sono andata sulla costa con l'idea che fosse un bruto degradato, selvaggio e crudele, ma questo è un errore insignificante che presto ottieni liberati di quando lo conosci.” 1

Quando Kingsley tornò in Inghilterra nel novembre 1895, raccontò le sue storie a giornalisti curiosi e ad un pubblico affascinato, ma non tutti erano d'accordo con la sua accettazione dello stile di vita nativo. Capì come funzionava la vita tribale e il suo sostegno a quel modo di vivere contraddiceva gli obiettivi della Chiesa d'Inghilterra e della colonizzazione britannica. Ha sconvolto la Chiesa difendendo le pratiche degli aborigeni africani e criticando gli sforzi dei missionari per cambiarle.

Kingsley si stabilì a casa di suo fratello e scrisse Travels in West Africa, un resoconto dettagliato e sincero delle sue esperienze. Il libro è stato un best seller e ha portato a un programma molto fitto nel circuito delle conferenze. Cercando sempre di illuminare e intrattenere, una lezione che tenne allo staff e agli studenti di una scuola di medicina di Londra fu chiamata "Terapia africana dal punto di vista di uno stregone". Le sue storie erano così popolari che scrisse un altro libro, Studi sull'Africa occidentale, in rapida successione che includeva tutti gli aneddoti che aveva tralasciato del primo.

L'eredità di Kingsley non era solo sociologica. Di tutte le piante e gli esemplari di pesci che ha riportato, tre specie di pesci erano precedentemente sconosciute e portavano il suo nome. Nel 1899, l'intrepido avventuriero tornò in Africa, questa volta cercando di raccogliere pesci d'acqua dolce dal fiume Orange in Sud Africa. Quando arrivò a Città del Capo, la guerra boera stava andando forte. Il modo migliore per coinvolgere Kingsley era quello di curare i prigionieri boeri in un campo a Simon's Town. Il tifo si è infiltrato nel campo e Kingsley è stato infettato. Il 3 giugno 1900, morì di tifo e, su sua insistenza, fu sepolta in mare.

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Mary Kingsley

Come Writer in Residence presso la Royal Scottish Geographical Society, Jo Woolf sta scavando negli archivi e trovando storie emozionanti di sforzi ed esplorazioni, molte delle quali sono state raccontate direttamente al pubblico durante i 130 anni di storia della Società. Sta lavorando a un libro intitolato "Il grande orizzonte – 50 eroi della geografia", da pubblicare il prossimo anno.

Jo scrive un blog su www.rsgsexplorers.com e i suoi articoli sono pubblicati nella pubblicazione trimestrale della Società, "The Geographer". Il suo altro sito web, The Hazel Tree (www.the-hazel-tree.com) si concentra sulla storia e sul mondo naturale.

Cosa rende pericolosa una donna, in ogni epoca? Nel caso di Mary Kingsley, era la minaccia che poneva ai principi ampiamente accettati della società del XIX secolo e alle persone il cui status e la cui reputazione poggiavano sui pilastri dell'imperialismo vittoriano.

Non che Mary abbia mai deciso di rovesciare il sistema. Autoironico fino all'eccesso, non rivendicava alcuna simpatia per il movimento per il suffragio femminile e si impegnava molto a vestirsi e comportarsi con la correttezza che ci si aspetta da una donna non sposata con mezzi modesti e un livello di educazione formale trascurabile. Ma le sue convinzioni più profonde, gli ideali che hanno guidato la sua vita, sono diventate evidenti dal momento in cui è scesa da una nave in Sierra Leone e ha camminato con determinazione nelle foreste pluviali dell'Africa equatoriale.

Anche per gli standard del suo tempo, la prima infanzia di Mary era strettamente limitata. Nacque a Islington nel 1862, prima figlia di George Kingsley, medico e scrittore di viaggi, e Mary Bailey, figlia di un locandiere londinese. Da suo padre, sembra aver ereditato dalla madre la sua voglia di viaggiare e la sua ardente determinazione, un'intraprendenza e capacità di adattamento e forse anche lo spirito che le ha permesso di parlare liberamente alle persone, indipendentemente dalla loro razza e classe. L'educazione di Mary era limitata in gran parte a ciò che poteva raccogliere dall'ampia biblioteca di suo padre. Non per lei i romanzi oscuri delle sorelle Bronte: era una scienziata per natura, e rastrellava libri di antropologia e storia naturale sognando viaggi in terre lontane.

I genitori malati di Mary rivendicarono tutto il suo tempo e la sua attenzione fino al 1892, quando entrambi morirono a poche settimane l'uno dall'altro. A quel tempo Mary aveva quasi 30 anni, una vecchia zitella per gli standard dei suoi tempi. Ma lei era improvvisamente ed estaticamente libera. Ignorando le inorridite proteste dei suoi amici, iniziò a leggere dei requisiti per i viaggiatori ai tropici e si comprò un biglietto di sola andata per l'Africa occidentale. Il suo scopo nell'andare lì era duplice: studiare l'ecologia dei fiumi, in particolare i pesci, e inviare esemplari a casa al Museo di Storia Naturale di Londra e viaggiare nell'interno del continente per saperne di più sul sacrificio riti e credenze spirituali delle tribù che vi abitavano.

Alla luce del 21° secolo è difficile apprezzare appieno l'enormità di ciò che Maria stava contemplando. Non solo stava viaggiando da sola verso il luogo conosciuto come la "tomba dell'uomo bianco", dove c'erano mille modi spiacevoli di morire, ma stava progettando di stare con tribù note per essere cannibali, che, era sicuro di dirlo, non avrebbero mai visto qualcuno come Mary prima. Per quanto riguarda la presenza europea in Africa, la maggior parte dell'attenzione si è concentrata sulla spartizione del continente in porzioni mature per lo sfruttamento e lo sviluppo di paesi come Gran Bretagna, Francia, Germania, Portogallo e Spagna. L'Africa era ancora il dominio degli uomini, tutti colonialisti e pionieri ambiziosi, statisti con le labbra rigide e commercianti logori che avevano visto e sentito tutto ed erano disposti a versare le loro peggiori storie dell'orrore nelle orecchie dei viaggiatori ingenui su il loro passaggio a sud. Una donna in un ambiente del genere era senza precedenti e, a parte lo scandalo, era improbabile che ne uscisse viva.

Ma Mary era leggermente più preparata di quanto i suoi amici avrebbero potuto pensare. Leggeva quanto poteva sulle malattie tropicali e si comprava una grande borsa impermeabile in cui portare i suoi averi. Capì anche che avrebbe avuto bisogno di un'identità, una specie di passaporto per conquistare la fiducia degli sconosciuti, e per questo si è imposta come commerciante. Darebbe validità al suo viaggio e aiuterebbe a spiegare il suo aspetto altrimenti sorprendente. Era già saggia, ma doveva ancora dimostrare di esserne capace.

L'insistenza di Mary sulla decenza femminile non ha fatto concessioni in termini di abbigliamento, e quando ha guidato la sua canoa nel delta labirintico del fiume Ogowé era vestita con lo stesso corsetto stretto, gonne voluminose e camicette dal colletto alto che avrebbe indossato per un Tea party britannico. A questo punto aveva ottenuto il sostegno dei diplomatici nelle città costiere – cruciali per il suo scopo– e aveva raccolto una manciata di compagni africani disposti ad accompagnarla nella sua missione. Sapeva che avrebbe potuto dipendere da questi uomini per la sua vita: non si sarebbe mai aspettata che dipendessero da lei, per la loro.

La tribù dei Fang, la cui reputazione di catturare e mangiare i propri nemici era ampiamente nota, era più che disposta a condividere le proprie credenze spirituali con Maria una volta superata la sorpresa iniziale. Mary rimase con loro come ospite, facendo una scoperta un po' allarmante nei suoi dormitori che erano ovviamente i resti di una festa recente, ma in nessun momento lasciò che la sua paura avesse la meglio su di lei. La sua chiave, che era in gran parte sconosciuta ai suoi tempi, era che li incontrava con una mente aperta e li trattava con rispetto. Quando i suoi ospiti hanno trovato uno dei suoi assistenti colpevole di un crimine e lo hanno legato pronto per un pasto, è stata Mary che si è trovata a discutere per il suo rilascio. La Zanna si fidava del suo giudizio, la sua ricompensa era la loro fiducia e cooperazione, e le fu permesso di ascoltare le storie di rituali e tradizioni che sostenevano la loro società, la miscela unica di leggenda e storia che li definiva come un popolo.

Mentre marciava attraverso umide foreste pluviali e remava intorno alle paludi di mangrovie, Mary ha affrontato situazioni estreme che hanno messo alla prova la sua intraprendenza al massimo. Non si era mai chiesta, per esempio, come avrebbe affrontato un coccodrillo che stava tentando di salire a bordo della sua canoa: un rapido colpo secco sul naso con la pagaia sembrava fare il trucco. Un leopardo, che si era avventurato nel suo accampamento e ora la stava affrontando a distanza ravvicinata, è stato scoraggiato da una serie di oggetti casuali lanciati nella sua direzione. In più di un'occasione cadde in una trappola per selvaggina, una fossa profonda scavata dai cacciatori per catturare animali ignari, e scoprì che le sue gonne le salvavano le gambe impigliandosi nelle punte acuminate dell'ebano. Portava un'arma – un coltello Bowie– ma aveva lasciato la sua rivoltella all'avamposto francese, ragionando che se l'avesse brandita tra gli africani avrebbe cercato guai.

Nei salotti dell'educata società vittoriana, la gente non sapeva bene cosa pensare di Mary. Dopo due visite in Africa occidentale, stava ottenendo un ampio riconoscimento per i suoi successi e si mescolava a politici e diplomatici, scrittori e uomini di stato. Il problema era che non riuscivano a capire bene il suo messaggio. Ha parlato contro la proposta di tassa sulle capanne in Sierra Leone, che riteneva fosse una violazione del diritto intrinseco del popolo di possedere la propria proprietà. Si è espressa come un convinto imperialista, ma ha sostenuto una più profonda simpatia per il popolo africano. La subordinazione all'ingrosso non era la risposta. La civiltà britannica, sosteneva, aveva impiegato secoli per svilupparsi ed era un errore immaginare che questi "miglioramenti" potessero essere implementati in tutta l'Africa nel giro di pochi anni.

Ben presto, la gente guardava Maria con antagonismo mal celato, e un pubblico scambio di lettere nel Spettatore ha solo alimentato le fiamme. Mary era stata provocata a rispondere a una visione tipicamente condiscendente del futuro dell'Africa, in cui i valori percepiti della sua gente venivano respinti con disprezzo. Gli africani non erano brutali, degradati o crudeli, scriveva. Avevano un senso dell'onore e della giustizia, e in termini di buon umore e pazienza erano paragonabili a qualsiasi altro essere umano.

Quella, ovviamente, è stata la scintilla. Le figure rigide dello stato e dell'impero erano infuriate e non facevano alcun tentativo di nascondere il loro disprezzo. Mary aveva inconsapevolmente trovato uno squarcio nella loro armatura, perché se l'uguaglianza di tutta l'umanità potesse essere riconosciuta in tutto il mondo, non ci sarebbero state alture da cui dominare. Solo per questo motivo era vista come una donna pericolosa.

Mary ha fornito più prove delle capacità delle donne, sia mentalmente che fisicamente, di quante non avrebbe mai ammesso. Sono state le sue azioni, piuttosto che le sue parole, a parlare più chiaramente: ha negoziato con onestà ed equità, e ha ricevuto onestà ed equità in cambio. Il suo coraggio sembrò vacillare solo quando le fu chiesto di parlare a istituzioni maestose come la Royal Scottish Geographical Society: piuttosto che rivolgersi al pubblico lei stessa, chiese che il suo articolo fosse letto per lei.

Lo spirito straordinario di Mary è ancora vivo nei suoi libri. Le sue storie brillano dell'umorismo più delizioso e per molti versi la sua voce è così senza tempo che avrebbe potuto scrivere ieri. Deride regolarmente i dilemmi atroci in cui si è trovata, ma le sue osservazioni sono acute. Senti di voler essere sua amica e all'improvviso puoi capire perché ci è riuscita. E se una donna solitaria e apparentemente indifesa poteva ottenere così tanto in circostanze così improbabili, non c'è da meravigliarsi che i suoi coetanei, cresciuti con una dieta di gloria militare, l'avessero vista come una minaccia.

Non c'era alcuna possibilità che Mary fosse mai d'accordo con questo concetto, semplicemente perché la sua bassa autostima non glielo permetteva. E in ogni caso, il potenziale non ha mai avuto la possibilità di svilupparsi. Nel 1900, commossa dalla difficile situazione dei soldati feriti nella guerra boera, si recò in Sudafrica dove divenne infermiera in un ospedale di Simon's Town. La malattia era diffusa e nel giro di pochi mesi era morta di tifo. Aveva 37 anni.

Fonti

Miss M. W. Kingsley (1896) "Viaggi sulla costa occidentale dell'Africa equatoriale", Rivista geografica scozzese, 12:3

"Viaggi in Africa occidentale, Congo Francais, Corisco e Camerun" di Mary Kingsley (1897)

"Studi sull'Africa occidentale" di Mary Kingsley (1899)

'A Voyager Out: La vita di Mary Kingsley' di Katherine Frank (1986)

"Donne contro il voto: anti-suffragismo femminile in Gran Bretagna" di Julia Bush (2007)


Chi era l'esploratrice pionieristica Mary Kingsley? - Storia

Mary Kingsley, seduta, 1893 ca. Fonte: Keeling, capitolo X. [Clicca su questa e sulle seguenti immagini per ingrandirle.]

L'esploratrice africana Mary Kingsley (1862-1900) coltivò deliberatamente un aspetto ordinato e corretto nelle fotografie e nelle apparizioni pubbliche, come se volesse negare nella sua forma esteriore di aver mai fatto qualcosa di più impegnativo che sedersi in un salotto. Eppure, anche nella fotografia in posa rigida accanto, sembra avere uno sguardo lontano nei suoi occhi. Infatti, aveva remato su paludi, sfidato predatori e cannibali, e compiuto una "prima" alpinistica: per la persona giusta, qualcuno che conosceva bene, poteva definirsi un "boscimano" (qtd. da una lettera di Frank 207) . Una delle sue eredità è stata la scoperta di alcune nuove specie di pesci africani, come il Ctenopoma Kingsleyae o Ctenopoma del punto di coda. La sua eredità più grande era quella di aiutare a demistificare il continente africano e probabilmente, nonostante tutte le sue nozioni fondamentalmente imperialiste, così facendo accelerare il progresso delle sue singole nazioni verso l'indipendenza.

Contesto familiare

Parlando alla cena di una donna scrittrice subito dopo la notizia della morte di Mary Kingsley, la scrittrice Mrs Humphry Ward l'ha descritta come "l'erede e sostenitrice di un grande nome" ("Mrs. Humphry Ward e la defunta Miss Kingsley"). Mary era una nipote di Charles Kingsley, il cui fantastico mondo sottomarino in The Water Babies dà solo un accenno del suo serio interesse per la biologia marina. Un altro zio era il romanziere Henry Kingsley, che aveva trascorso diversi anni nei giacimenti auriferi australiani, non riuscendo a fare fortuna. Anche il padre di Mary, George, sentì il richiamo dello strano e del meraviglioso. Come medico londinese, accompagnava regolarmente persone facoltose nei loro viaggi all'estero, fornendo assistenza medica mentre assecondava la sua "insaziabile fame di viaggi ed esperienza" (Frank 18). Nel processo, ha accumulato un enorme stock di libri di viaggio e ha anche accumulato un'intrigante collezione di curiosità.

Come molte altre ragazze vittoriane in quel momento, Mary Kingsley non andò mai a scuola. In effetti, la sua ristretta vita domestica era ancora più circoscritta della maggior parte delle altre. Sua madre, Mary Bailey, era una domestica che George aveva messo incinta e si sentiva obbligata a sposarsi. Rimasta sola con due bambini piccoli, la maggiore Mary era presto caduta in condizioni di cattiva salute e dipendenza, lasciando la più piccola a gestire la casa. Tuttavia, con una biblioteca così ben fornita e insolita a sua disposizione, la ragazza trovò il tempo di coltivare il proprio interesse per il mondo più vasto che tanto assorbiva suo padre. Più tardi, ha avuto la possibilità di mettersi al passo con nuove idee quando suo fratello Charley, molto meno dotato, che ovviamente aveva un'istruzione costosa, è andato a Cambridge per studiare legge.

Viaggi in Africa occidentale

Da sinistra a destra: (a) Africa occidentale equatoriale, da Kingsley, Studi sull'Africa occidentale, di fronte a p. 35. (b) Specie ittiche scoperte da Kingsley, con Ctenopoma Kingsleyae al centro, da Viaggi in Africa occidentale, tavola I nell'appendice III. (c) Fans [o Fangs], una tribù cannibale, da Travels in West Africa, di fronte a p. 257.

A parte una settimana a Parigi nel 1888 con un vecchio amico di famiglia, Mary Kingsley non era mai stata all'estero. Nessuno dei suoi genitori visse fino a una buona età, e dopo essersi preso cura diligentemente di loro negli ultimi anni e aver concluso i loro affari (probabilmente, nel trattare le scartoffie, scoprendo che si erano sposati solo quattro giorni prima della sua nascita), era liberi di partire finalmente. Spinta non solo da uno spirito di avventura, ma forse anche da un bisogno di sfuggire ai confini e alle bugie del suo passato, ha scelto prima le Isole Canarie, e poi, al di là di esse, la parte del mondo che più l'ha affascinata: l'Africa. Se ne occupò metodicamente, attrezzandosi con i mezzi per raccogliere campioni di insetti insoliti, pesci, piante e così via, e scrivendo a missionari, commercianti e funzionari governativi inglesi lì per dire che stava arrivando. Nell'agosto 1893 salpò per Freetown in Sierra Leone per la sua prima grande spedizione. È stata un'impresa straordinaria per una donna single senza protezione in quel momento, soprattutto perché tanti europei si sono ammalati in Africa occidentale e non sono più tornati. Ma tornò sana e salva a dicembre, solo per ripartire circa un anno dopo, alla fine di dicembre 1894. Questa volta aveva in programma di scrivere un libro e di raccogliere campioni.

In questi due viaggi, ancora vestita dalla testa ai piedi del nero che aveva indossato da quando i suoi genitori erano morti (anche se menziona due volte una cravatta di seta rossa), ha sfidato tutto, dalle malattie e cannibali alle rapide spumeggianti, per ottenere esemplari e raggiungere aree dove nessun europeo aveva precedentemente calcato. È stata probabilmente la prima donna, e certamente la prima donna europea, a raggiungere la vetta della vetta più alta dell'Africa occidentale, il Monte Camerun. In quella spedizione, solo due del suo piccolo team di supporto hanno accettato di accompagnarla nell'ultimo giro, e nessuno dei due si è dimostrato all'altezza del compito, uno di loro fallisce nel tentativo per la terza volta. Il suo successo era davvero "la sostanza del successo eroico" (Birkett 54).

Incontri pericolosi

Kingsley ha incontrato altre sfide oltre al terreno e agli elementi. C'erano i predatori, per esempio, alcuni molto piccoli ma così tanti da rendere la vita quasi insopportabile. "Non sono mai sembrato flebotomi e zanzare in quantità così spaventose", si lamentò una volta, non querulamente ma con il suo solito umorismo di accettazione (Viaggi in Africa occidentale, 131-32). Oltre ad essere esasperanti, entrambi portano malattie che possono essere fatali senza trattamento (leishmaniosi, per esempio, e malaria). Ma ha dovuto affrontare predatori più grandi e immediatamente pericolosi per la vita: in una celebre occasione, un enorme coccodrillo ha iniziato a issarsi nella sua canoa. Dandogli "una molletta sul muso con una pagaia" (Viaggi in Africa occidentale, 89) si allontanò rapidamente. Uno dei predatori più temuti ha ispirato tanto timore quanto timore. Uscendo da un ruscello della foresta in un tornado, è quasi inciampata in un leopardo:

I grandi alberi scricchiolavano, gemevano e si sforzavano... e i loro cavi di corda da cespuglio gemevano e schioccavano come fruste, e di tanto in tanto uno schianto tonante con schiocchi come colpi di pistola diceva che loro e il loro possente albero si erano sforzati e lottato invano. La pioggia furiosa arrivò come un ruggito, facendo a brandelli le foglie ei fiori e inondando ogni cosa. Stavo facendo il cattivo tempo, e arrampicandomi su un sacco di rocce da un fondo di burrone dove ero stato mezzo annegato in un ruscello, e quando ho portato la mia testa al livello di un blocco di roccia ho osservato proprio di fronte a i miei occhi, di traverso, forse a un metro di distanza, non certo di più, un grosso leopardo. Era accucciato a terra, con la sua magnifica testa gettata all'indietro e gli occhi chiusi. Le sue zampe anteriori erano divaricate davanti a lui e sferzava il terreno con la coda: non appena l'ho visto, mi sono abbassato sotto le rocce e, per fortuna, mi sono ricordato che si dice che i leopardi non abbiano il potere dell'olfatto. Ma ho sentito la sua osservazione sul tempo, e il flip-flap della sua coda a terra. Ogni tanto lo guardavo cautamente con un occhio al bordo di una roccia, e lui rimaneva nella stessa posizione. I miei sentimenti mi dicono che è rimasto lì dodici mesi, ma il mio giudizio più calmo abbassa il tempo a venti minuti e finalmente, facendo un'altra cauta sbirciatina, ho visto che se n'era andato... È stato un immenso piacere vedere la grande creatura così. Era così evidentemente infuriato e sconcertato dal tumulto e abbagliato dalle inondazioni di fulmini che si abbatterono nei recessi più profondi della foresta, mostrando in un secondo ogni dettaglio di ramoscello, foglia, ramo e pietra intorno a te, e poi lasciandoti in una sorta di oscurità vorticosa finché non arrivò il lampo successivo, e il grande ruggito conglomerato del vento, della pioggia e del tuono, fu sufficiente per sconcertare qualsiasi cosa vivente.

Dopo aver registrato il suo "piacere" nel vedere da vicino una creatura così maestosa e aver mostrato la sua capacità di entrare in empatia con il suo terrore, aggiunge: "Non ho mai ferito un leopardo intenzionalmente, sono abitualmente gentile con gli animali", e poi (apparentemente ancora ricordando il suo pubblico in salotto, e facendo capire a questi lettori che ha mantenuto codici di comportamento femminili anche nella boscaglia) "inoltre non credo che sia signorile andare a sparare alle cose con una pistola" (Viaggi in Africa occidentale, 544 -45).

Ruoli commerciali

Fotografia di Mary Kingsley, 1897 circa, con un aspetto altrettanto impacciato ma più femminile di quanto non avesse nella fotografia precedente. Frontespizio al suo secondo libro, West African Studies (2a ed.).

Undoubtedly, when this intrepid and strong-minded adventurer was out in Africa, she benefited from the sense of authority attendant on colonial (male) power, making it hard to hold on to her feminine persona. She herself chose to act as a "white man" not only by mountaineering, but also by trading. The latter helped her both to support herself, and to gain the acceptance of tribal peoples. Once, she reports: "I bought some elephant-hair necklaces from one of the chiefs' wives, by exchanging my red silk tie with her for them, and one or two other things" ( Travels in West Africa , 272). She does not seem to have associated herself with traders because of her mixed-class background, as has been suggested (see Kearns 455) she was clearly proud of these exchanges. Talking of traders, she wrote later, "such men are a mere handful whom a so-called Imperialism can neglect with impunity, and even if it has for the moment to excuse itself for so doing, it need only call us 'traders.' I say 'us,' because I am vain of having been, since my return, classed among the Liverpool traders by a distinguished officer" ( West African Studies , 2nd ed., 47).

One way of retrieving her womanly image was through her demure apparel (apart from those daring crimson ties!), another through straightforward reference to her gender (as in words like "ladylike"), and another through a sort of self-deprecating humour, amounting, as Alison Blunt has pointed out, to self-parody (73). Was she not simply "a colossal ass" for "fooling about in mangrove swamps" ( Travels in West Africa , 89)? She undercuts her canoeing skills, for example: "My reputation as a navigator was great before I left Gaboon," she says, only to explain that it was an outstandingly bad one:

I had a record of having once driven my bowsprit through a conservatory, and once taken all the paint off one side of a smallpox hospital, to say nothing of repeatedly having made attempts to climb trees in boats I commanded but when I returned, I had surpassed these things by having successfully got my main-mast jammed up a tap, and I had done sufficient work in discovering new sandbanks, rock shoals, &c., in Corisco Bay, and round Cape Esterias, to necessitate, or call for, a new edition of The West African Pilot ( West African Studies , 2nd ed., 76).

So much for her competence. As for bravery, that too must be played down. Recounting another close encounter with a leopard, for instance, she describes how she hurled a couple of stools and a water-cooler at it, but adds quickly and surely disingenuously, "Do not mistake this for a sporting adventure. I no more thought it was a leopard than that it was a lotus when I joined the fight ( Travels in West Africa , 546).

Yet she was not disadvantaged by her femininity. On the contrary, it was an asset, and she used it as one. The different way in which presented herself allowed her to get closer to the tribal peoples. This included offering the nursing skill that she had acquired as the daughter of two ailing parents, making her the very epitome of nurturing womanhood. Even the fierce tribe of the Fangs, who lived in the rainforest, came to trust her. As another modern critic suggests, it was first-hand experience of tribal life like this, rather than imperialistic representations of it, that influenced her thinking (Marin 754). As in the case of her encounter with the leopard in the typhoon, her willingness to observe, and to put herself in the position of others, stood her in good stead, tempering fear, distrust, and above all prejudice, and enabling her to form her own opinions.

This was important, for Kingsley's stories about crocodiles, leopards and so forth are generally told in the context of describing their place in tribal culture, and as part of her exploration of the numerous and (to European eyes) strange fetishes associated with them. The critic Gerry Kearns therefore introduces her first as an anthropologist (450), within which general area she was an ethnographer of some skill and value. In this, she was carrying on the work of her father, who had once involved her in research for a projected, but never completed, book on sacrificial rites. Her work was the more valuable because it really was fieldwork, carried out in direct contact with, and through clear-sighted and sympathetic observation of, the people she traded with and stayed among — fieldwork, moreover, written up in detail, and analysed and discussed at length, later.

Writings and Talks

Left to right: (a) Sirimba Players, Congo, from Kingsley's West African Studies (2nd ed.), facing p. 56. (b) Oil River Natives, from Kingsley, West African Studies , (2nd ed.), facing p. 206. (c) Making a charm in the Upper Ogowé Region, from the chapter on Fetish in Travels in West Africa , p.446.

Kingsley brought back from her African trips some rare specimens, like the fish that were named after her, and a live reptile that she took to London Zoo. More importantly, she brought back her ethnographical findings, which she wrote up in two informative and entertaining books about her experiences. Travels in West Africa (1897) and West African Studies (1899). These not only contained ground-breaking accounts of "that intricate system which we find among the Africans and agree to call Witchcraft, Fetish, or Juju" ( West African Studies , 2nd ed., 396), including initiation ceremonies, body decoration and so on, but also expressed a range of challenging and daringly thought-provoking views about the imperialist project in West Africa. While this catapulted her into territory as dangerous and swampy as any she had encountered on her travels, it also made her an important voice for Africa — and for women — in the political scene.

She was openly critical both of the missionary endeavour, and the colonial administration. Both, she felt, meddled in traditional ways of life that had evolved to suit the African context. She understood, for example, that polygamy and domestic slavery answered specific needs. As for the former (to give only one reason), "it is totally impossible for one woman to do the whole work of a house — look after the children, prepare and cook the food, prepare the rubber, carry the same to the markets, fetch the daily supply of water from the stream, cultivate the plantation, &c, &c." ( Travels in West Africa , 211). And as for the latter, even several wives were not enough to cultivate those plantations: "Among the true Negroes of the West Coast of Africa, a so-called system of slavery is the essential basis of society" ( West African Studies , 2nd ed., 397). She threw herself into two further debates. One concerned liquor duties, which she insisted had more to do with raking in profits than removing temptation: "I have no hesitation in saying that in the whole of West Africa, in one week, there is not one-quarter the amount [of inebriation] you can see any Saturday night you choose in a couple of hours in the Vauxhall Road" ( Travels in West Africa , 663). The other concerned the unpopular "hut tax" which was to be levied on Sierra Leone, as a more overt way of raising revenue for the colonial administration. Here, she argued that such a regular payment was simply unjust, for, in African law, it contravened the right of possession.

These views were expressed not only in Kingsley's two principal books, but also in talks all over the country. The first two were to the Scottish and Liverpool Geographical Societies, at each of which she sat on the platform while one of the male members read out her lecture. But later she (literally) came into her own, becoming the first woman to address both the Liverpool and Manchester Chambers of Commerce. At Newcastle she lectured to 2,000 people, at Dundee to 1,800, and so on (see Frank 275). Again, she had to walk a tightrope. On the one hand she dressed in her customary "maiden aunt" fashion on the other, she spoke her mind with the assurance that came from her unparalleled first-hand knowledge. As Christopher Lane says, "She succeeded very well in being heard" (103) — with, in addition to her first two books and these country-wide talking engagements, a shorter book, The Story of West Africa for "The Story of the Empire" series (1900) a collection of her father's writings with her own memoir of him ( Notes on Sport and Travel , by George Henry Kingsley, also 1900) and a stream of articles in important journals like the Cornhill and the Spectator .

Eredità

Smiling children of Cape Coast, Ghana. Left to right: (a) Kosi Appiah, the son of a garage mechanic. (b) Boys on Biriwa beach. (c) A girl carrying her baby brother in Cape Coast market. Kingsley describes Cape Coast in Chapter II of Travels in West Africa , noting that it had "the largest and most influential Protestant mission on the West Coast of Africa" (28). She could not have envisaged that Ghana would declare its independence in 1957, and become the first African country to free itself from colonial rule. [Photographs taken by the author in c.1971, when teaching at the University of Cape Coast.]

Mary Kingsley was very much of her time in many ways. She took no issue with imperialism as such. In fact, she was proud of Britain as an imperial power, and included herself not only among traders but also among "old-fashioned Imperialists" ( West African Studies , 2nd ed., 418). What troubled her was the way colonial power was exercised. From her ethnographical findings, she saw the Africans she met as inhabiting a world of spirit rather than matter, and lacking in "mechanical aptitude" ( Travels in West Africa , 670). She could not imagine the kind of changes that would bring them into the modern world. All this makes uncomfortable reading today. Nevertheless, she wanted a British approach based on justice and respect for native institutions, rather than the imposition of an alien system — one based on co-operation for mutual benefit rather than exploitation. Proposing what would, in effect, be indirect rule by a trading partner, she talked of "the government of Africa by Africans" ( Travels in West Africa , 358). Above all, her work did much to demystify life on the African continent. She does not always hit the right note. She sounds facetious in her defence of cannibalism, which on one occasion she reduces to a menu choice: "The Fan is not a cannibal from sacrificial motives…. He does it in his common sense way. Man's flesh, he says, is good to eat, very good, and he wishes you would try it ( Travels in West Africa , 330). But humour is just one of her tactics for demystifying Africa, a process which would make it easier for African nations to gain independence later on.

Similarly, as will be clear from her careful cultivation of a feminine persona, Kingsley accepted and did not question the place of women in Victorian society. Indeed, like Mrs Ward and a number of other high-profile Victorian women, she completely rejected Suffragettism, despite her own incursions into the male preserves of exploration, trading, and political debate. Women, it seemed, were like Africans — different. They did not need to be admitted as members of the Royal Geographical Society. That would only "inhibit scientific discussion" (qtd. in Blunt 149). At best, they might have their own group instead, under its auspices. As time went by, she "began to make explicit connections and comparisons between the African and the female condition" (Birkett 150). Was it indeed "a fundamental and debilitating failure of nerve" on her part (Frank 209)? Forse. But, again, it hardly mattered what she supported or did not support, because of what she actually did. Her individuality, independence, courage, endurance and conviction all proved how strong a woman could be. Above all, she showed through her talks and writing that a woman's voice could be heard, and have an impact. From her idea for an African Society came the Royal African Society, founded by her friend Alice Stopford Green in 1900, which is still promoting African interests today. From her call for "Fair Commerce" with the African workers came the term "Kingsleyism," which usefully united critics of colonial policies. In such ways, her influence "spread out like ripples for decades after her death" (Birkett 170). Ironically, her life and achievements have now become a focus for feminist critics, who may try to avoid celebrating her, but cannot help but treat her as a "key figure of interest in the historiography of geography" (Morin 753).

Kingsley went out to Africa for the last time in March 1900. Before she could travel to the western part that she loved, she died in Simonstown in South Africa. As if to make up for her imperialistic stance, she was nursing prisoners taken by the British in the Boer War. Another way of putting it is that, feeling "worried and bored" by the conflict in her between "bushman" and "drawing roomer" (qtd. in Frank 207), she was following her heart but giving of it first. The men she volunteered to care for were dying in droves from the typhoid that had swept their trenches, and before long she contracted the fever herself. She was only 37, and such was her fame that her death provoked a national sense of shock and dismay. She seemed to have walked her tightrope successfully. The Graphic's tribute ran: "With all the go and independence of the New Woman she embodied the sterling qualities of the Old Woman — humility love of home and family, and a simplicity of nature which was truly refreshing" ("The Late Mary Kingsley"). Warm tributes were paid to her womanliness: "such a womanly woman in every sense of the word," wrote Edmund Morel, another West African expert, admiring the skill with which she was able to "draw forth, by the magic of her earnest personality, the best in a man" (xiv). Substitute "human nature" for "a man," and the tribute can be usefully broadened and updated.

Fonti

Birkett, Dea. Mary Kingsley: Imperial Adventuress . London: Macmillan, 1992. Print.

Blunt, Alison. Travel, Gender, and Imperialism: Mary Kingsley and West Africa . New York: Guilford Press, 1994. Print.

Frank, Katherine. A Voyager Out — The Life of Mary Kingsley . London: Hamish Hamilton, 1987. Print.

Kearns, Gerry. "The Imperial Subject: Geography and Travel in the Work of Mary Kingsley and Halford Mackinder." Transactions of the Institute of British Geographers . New Series. vol. 22, No. 4 (1997): 450-472. Accessed via Jstor. Ragnatela. 18 September 2013.

Keeling, Anne. Great Britain and Her Queen (2nd ed. 1897), in Project Gutenberg . Ragnatela. 18 September 2013.

Kingsley, Mary H. Travels in West Africa: Congo Français, Corisco and Cameroons . London: Macmillan, 1897. Internet Archive . Ragnatela. 18 September 2013.

_____. West African Studies . London: Macmillan, 1901. Internet Archive . Ragnatela. 18 September 2013.

_____. West African Studies . 2a ed. London: Macmillan, 1901. Internet Archive . Ragnatela. 18 September 2013.

Lane, Christopher. "Fantasies of 'Lady Pioneers,' between Narrative and Theory." Imperial Desire: Dissident Sexualities and Colonial Literature . Eds. Philip Holden and Richard J. Ruppel. Minneapolis: University of Minnesota Press, 2003. 90-114. Stampa.

"The Late Mary Kingsley." The Graphic , Saturday, 16 June 1900: 886. 19th Century Newspapers (Gale). Ragnatela. 18 September 2013.

Morel, Edmund D. "Foreword: Mary Kingsley." Affairs of West Africa . xiii-xv. London: Heinemann, 1902. Internet Archive . Ragnatela. 18 September 2013.

Morin, Karen. Review of Travel, Gender, and Imperialism: Mary Kingsley and West Africa , by Alison Blunt. Annals of the Association of American Geographers . vol. 85, No. 4 (December 1995): 753-755. Accessed via Jstor. Ragnatela. 18 September 2013.

"Mrs. Humphry Ward and The Late Miss Kingsley." The Times , Tuesday 26 June 1900: 6. Times Digital Archive . Ragnatela. 18 September 2013.


The Female Explorer Who Taught Men a Lesson in Humanity

Mary Kingsley’s beloved father had just died. It was 1893, and the 31-year-old was the unmarried, childless heiress to a sizable estate. She could’ve just sat back, relaxed and learned to play the harp, but she took a one-way passage to the Congo and became one of the century’s most renowned explorers instead.

Her friends, fellow explorers and even the clerk who sold her the ticket on a steamer to West Africa tried to talk her out of it. “You will never come back,” she recalled them saying in her memoir. But a couple of years later, she came back and became the respected author of two instant bestsellers entitled Travels in West Africa e The Congo and the Cameroon. She even discovered a fish and named it the “Kingsley.”

With every book, Kingsley proved to the world that a woman was just as capable as any man of trekking through jungles and pushing a canoe down unexplored rivers.

Exploring sub-Saharan Africa was not what most expected from rich spinsters in the late 19th century. The continent was already crawling with famed male adventurers like David Livingstone and H.M. Stanley, sent by the world’s largest powers to find exploitable resources. But Kingsley cared little for colonialism. “The sooner the Crown Colony system is removed from the sphere of practical politics and put under a glass case in the South Kensington Museum, labeled ‘Extinct,’ the better for everyone,” she wrote. Instead of gold mines and the ivory trade, Kingsley was interested in the locals.

Nineteenth-century British explorer Mary Kingsley (1862–1900) sitting in a canoe traveling on the Ogowe River.

That humanity is what really set her apart, says journalist Adam Hochschild. Il suo libro Leopold’s Ghost deals with colonial Congo, and he believes Kingsley was one of the first Europeans to write a book that “treated natives as humans.” While others saw natives as mere numbers, Kingsley went into the jungle with her own team of porters to document the natives’ lives as best she could. In the course of her travels in West Africa, this Victorian aristocrat — who refused to change her attire, despite the heat and humidity — documented the habits of polygamous and even cannibalistic tribes. And she didn’t judge them … much.

After all, she too was an outsider in the male-dominated world of exploration, and she sensed, even when she was repulsed by the local customs, that she had no right to impose her own. “One immense old lady has a family of lively young crocodiles running over her, evidently playing like a lot of kittens,” she wrote in Travels in West Africa. “The heavy musky smell they give off is most repulsive, but we do not rise up and make a row about this,” she wrote, noting how she felt wrong to intrude in these family scenes.

Also, Kingsley was used to being “the odd one.” Her father was a well-known biologist and travel writer, while her mother was handicapped and spent most of her life in her home. So while other ladies her age were learning how to sing and looking for a husband, she took care of her mother and devoured every book in her father’s library.

Like him, Kingsley was a brilliant writer with a delightfully British sense of humor that made her books extremely popular among Victorians back home. With every book Kingsley proved to the world that a woman was just as capable as any man of trekking through jungles and pushing a canoe down unexplored rivers. She once walked for miles with a broken ankle so as not to show weakness to her porters and wrote about the wonders of wearing Victorian fashions whilst trying to escape a hippo trap. “Save for a good many bruises, here I was with the fullness of my skirt tucked under me, sitting on nine ebony spikes some twelve inches long, in comparative comfort.”

To the 21st-century reader, her writings may seem far from enlightened. “Kingsley was a racist because she regarded African peoples and societies as innately different from and inferior to her own,” says Dane Kennedy, professor of British imperial history at Columbia University.

But she did oppose the role of missionaries and was a public supporter of the fight against slavery in the Congo after learning that the “success” of Belgian King Leopold’s colony was fueled by forced labor and abject human-rights violations. Unlike Livingstone and Stanley, both of whom lived to see their 60s, this pioneering adventurer later enlisted as a nurse during the second Boer War in South Africa, where she died of typhoid fever at age 37 while attending to Boer prisoners of war.


The Female Explorer Who Taught Men a Lesson in Humanity

Mary Kingsley’s beloved father had just died. It was 1893, and the 31-year-old was the unmarried, childless heiress to a sizable estate. She could’ve just sat back, relaxed and learned to play the harp, but she took a one-way passage to the Congo and became one of the century’s most renowned explorers instead.

Her friends, fellow explorers and even the clerk who sold her the ticket on a steamer to West Africa tried to talk her out of it. “You will never come back,” she recalled them saying in her memoir. But a couple of years later, she came back and became the respected author of two instant bestsellers entitled Travels in West Africa e The Congo and the Cameroon. She even discovered a fish and named it the “Kingsley.”

With every book, Kingsley proved to the world that a woman was just as capable as any man of trekking through jungles and pushing a canoe down unexplored rivers.

Exploring sub-Saharan Africa was not what most expected from rich spinsters in the late 19th century. The continent was already crawling with famed male adventurers like David Livingstone and H.M. Stanley, sent by the world’s largest powers to find exploitable resources. But Kingsley cared little for colonialism. “The sooner the Crown Colony system is removed from the sphere of practical politics and put under a glass case in the South Kensington Museum, labeled ‘Extinct,’ the better for everyone,” she wrote. Instead of gold mines and the ivory trade, Kingsley was interested in the locals.

Nineteenth-century British explorer Mary Kingsley (1862–1900) sitting in a canoe traveling on the Ogowe River.

That humanity is what really set her apart, says journalist Adam Hochschild. Il suo libro Leopold’s Ghost deals with colonial Congo, and he believes Kingsley was one of the first Europeans to write a book that “treated natives as humans.” While others saw natives as mere numbers, Kingsley went into the jungle with her own team of porters to document the natives’ lives as best she could. In the course of her travels in West Africa, this Victorian aristocrat — who refused to change her attire, despite the heat and humidity — documented the habits of polygamous and even cannibalistic tribes. And she didn’t judge them … much.

After all, she too was an outsider in the male-dominated world of exploration, and she sensed, even when she was repulsed by the local customs, that she had no right to impose her own. “One immense old lady has a family of lively young crocodiles running over her, evidently playing like a lot of kittens,” she wrote in Travels in West Africa. “The heavy musky smell they give off is most repulsive, but we do not rise up and make a row about this,” she wrote, noting how she felt wrong to intrude in these family scenes.

Also, Kingsley was used to being “the odd one.” Her father was a well-known biologist and travel writer, while her mother was handicapped and spent most of her life in her home. So while other ladies her age were learning how to sing and looking for a husband, she took care of her mother and devoured every book in her father’s library.

Like him, Kingsley was a brilliant writer with a delightfully British sense of humor that made her books extremely popular among Victorians back home. With every book Kingsley proved to the world that a woman was just as capable as any man of trekking through jungles and pushing a canoe down unexplored rivers. She once walked for miles with a broken ankle so as not to show weakness to her porters and wrote about the wonders of wearing Victorian fashions whilst trying to escape a hippo trap. “Save for a good many bruises, here I was with the fullness of my skirt tucked under me, sitting on nine ebony spikes some twelve inches long, in comparative comfort.”

To the 21st-century reader, her writings may seem far from enlightened. “Kingsley was a racist because she regarded African peoples and societies as innately different from and inferior to her own,” says Dane Kennedy, professor of British imperial history at Columbia University.

But she did oppose the role of missionaries and was a public supporter of the fight against slavery in the Congo after learning that the “success” of Belgian King Leopold’s colony was fueled by forced labor and abject human-rights violations. Unlike Livingstone and Stanley, both of whom lived to see their 60s, this pioneering adventurer later enlisted as a nurse during the second Boer War in South Africa, where she died of typhoid fever at age 37 while attending to Boer prisoners of war.


Kingsley was the fourth of five children of the Reverend Charles Kingsley and his wife Mary he was born at Barnack, Northamptonshire on 14 February 1826. Charles Kingsley and the novelist Henry Kingsley were his brothers, and the writer Charlotte Chanter was his sister. He was educated at King's College School, London, at the University of Edinburgh, where he graduated M.D. in 1846, and in Paris, where he was slightly wounded during the barricades of 1848. Later in 1848 his activity in combating the outbreak of cholera in England was commemorated by his brother Charles in the portrait of Tom Thurnall in Two Years Ago. [1] [2]

Kingsley completed his medical education in Heidelberg, and returned to England about 1850. He became the private physician to a succession of aristocratic patients he adopted foreign travel as his method of treatment, and either in the capacity of medical adviser, or merely as travelling companion, he explored many countries of the world. [2]

While acting as medical adviser to the Earl of Ellesmere's family, he had the partial care of the library at Bridgewater House, Westminster he compiled a catalogue of Elizabethan dramas held there, and in 1865 he edited, from a manuscript preserved in the library, Francis Thynne's Animadversions uppon the Annotacions and Corrections of some Imperfections of Impressiones of Chaucer's Workes … reprinted in 1598. [1] [2]

In 1866 Kingsley accompanied Baroness Herbert of Lea and her children on a tour of Spain. [1] Between 1867 and 1870 he travelled in Polynesia with Baroness Herbert's son, the Earl of Pembroke, and he recorded his experiences in South Sea Bubbles "by the Earl and the Doctor" (1872). This book of travel and adventure won great and instant success, reaching a fifth edition by 1873. [2]

In the 1870s he travelled with Lord Dunraven on a tour of the USA and Canada. Kingsley did much work as a naturalist, and made many contributions to Il campo as "the Doctor". His later travels included Newfoundland, Japan, New Zealand and Australia. [1] [2]

Kingsley married in 1860 Mary Bailey (died 25th April 1892), and they had a son, Charles George R. Kingsley, and a daughter, the writer and explorer Mary Kingsley. In 1879 he moved from Highgate in London to Bexleyheath, Kent, later moving to Cambridge. His genial manners and store of picturesque information rendered him popular in society. [1] [2]

He died on the 5th February 1892, at his home in Cambridge, and was buried on the 15th February on the east side of Highgate Cemetery. [1] His wife Mary, only son Charles and brother-in-law William John Bailey are buried with him.


Nellie Bly (1864-1922)

Photograph: Interim Archives/Getty Images

No one had ever circled the globe so fast American journalist Nellie Bly stepped off the train in New York on 25 January 1890 – and into history. She had raced through a “man’s world” in 72 days – alone and literally with just the clothes on her back – to “beat” the fictional record set by Jules Verne’s Phileas Fogg in Around the World in 80 Days, which had been published 17 years earlier. When she had suggested the trip to her newspaper editor, he replied that it was a great idea but he’d have to send a man. After all, as a woman, Nellie would need a chaperone and dozens of trunks. When she told him she’d take her idea to another paper, he relented and off she went with only two days’ notice and one small bag. Bly was also a pioneer of investigative journalism and paved the way for many other female reporters. Her stories brought about sweeping reforms in asylums, sweatshops, orphanages and prisons.


The Female Explorer Who Taught Men a Lesson in Humanity

Mary Kingsley’s beloved father had just died. It was 1893, and the 31-year-old was the unmarried, childless heiress to a sizable estate. She could’ve just sat back, relaxed and learned to play the harp, but she took a one-way passage to the Congo and became one of the century’s most renowned explorers instead.

Her friends, fellow explorers and even the clerk who sold her the ticket on a steamer to West Africa tried to talk her out of it. “You will never come back,” she recalled them saying in her memoir. But a couple of years later, she came back and became the respected author of two instant bestsellers entitled Travels in West Africa e The Congo and the Cameroon. She even discovered a fish and named it the “Kingsley.”

With every book, Kingsley proved to the world that a woman was just as capable as any man of trekking through jungles and pushing a canoe down unexplored rivers.

Exploring sub-Saharan Africa was not what most expected from rich spinsters in the late 19th century. The continent was already crawling with famed male adventurers like David Livingstone and H.M. Stanley, sent by the world’s largest powers to find exploitable resources. But Kingsley cared little for colonialism. “The sooner the Crown Colony system is removed from the sphere of practical politics and put under a glass case in the South Kensington Museum, labeled ‘Extinct,’ the better for everyone,” she wrote. Instead of gold mines and the ivory trade, Kingsley was interested in the locals.

Nineteenth-century British explorer Mary Kingsley (1862–1900) sitting in a canoe traveling on the Ogowe River.

That humanity is what really set her apart, says journalist Adam Hochschild. Il suo libro Leopold’s Ghost deals with colonial Congo, and he believes Kingsley was one of the first Europeans to write a book that “treated natives as humans.” While others saw natives as mere numbers, Kingsley went into the jungle with her own team of porters to document the natives’ lives as best she could. In the course of her travels in West Africa, this Victorian aristocrat — who refused to change her attire, despite the heat and humidity — documented the habits of polygamous and even cannibalistic tribes. And she didn’t judge them … much.

After all, she too was an outsider in the male-dominated world of exploration, and she sensed, even when she was repulsed by the local customs, that she had no right to impose her own. “One immense old lady has a family of lively young crocodiles running over her, evidently playing like a lot of kittens,” she wrote in Travels in West Africa. “The heavy musky smell they give off is most repulsive, but we do not rise up and make a row about this,” she wrote, noting how she felt wrong to intrude in these family scenes.

Also, Kingsley was used to being “the odd one.” Her father was a well-known biologist and travel writer, while her mother was handicapped and spent most of her life in her home. So while other ladies her age were learning how to sing and looking for a husband, she took care of her mother and devoured every book in her father’s library.

Like him, Kingsley was a brilliant writer with a delightfully British sense of humor that made her books extremely popular among Victorians back home. With every book Kingsley proved to the world that a woman was just as capable as any man of trekking through jungles and pushing a canoe down unexplored rivers. She once walked for miles with a broken ankle so as not to show weakness to her porters and wrote about the wonders of wearing Victorian fashions whilst trying to escape a hippo trap. “Save for a good many bruises, here I was with the fullness of my skirt tucked under me, sitting on nine ebony spikes some twelve inches long, in comparative comfort.”

To the 21st-century reader, her writings may seem far from enlightened. “Kingsley was a racist because she regarded African peoples and societies as innately different from and inferior to her own,” says Dane Kennedy, professor of British imperial history at Columbia University.

But she did oppose the role of missionaries and was a public supporter of the fight against slavery in the Congo after learning that the “success” of Belgian King Leopold’s colony was fueled by forced labor and abject human-rights violations. Unlike Livingstone and Stanley, both of whom lived to see their 60s, this pioneering adventurer later enlisted as a nurse during the second Boer War in South Africa, where she died of typhoid fever at age 37 while attending to Boer prisoners of war.


Contenuti

Mount Cameroon is one of Africa's largest volcanoes, rising to 4,040 metres (13,255 ft) above the coast of west Cameroon. [6] It rises from the coast through tropical rainforest to a bare summit, which is cold, windy, and occasionally dusted with snow. The massive steep-sided volcano of dominantly basaltic-to-trachybasaltic composition forms a volcanic horst constructed above a basement of Precambrian metamorphic rocks covered with Cretaceous to Quaternary sediments. More than 100 small cinder cones, often fissure-controlled parallel to the long axis of the massive 1,400-cubic-kilometre (336 cu mi) volcano, occur on the flanks and surrounding lowlands. A large satellitic peak, Etinde (also known as Little Mount Cameroon), is located on the southern flank near the coast.

Mount Cameroon has the most frequent eruptions of any West African volcano. The first written account of volcanic activity could be the one from the Carthaginian Hanno the Navigator, who may have observed the mountain in the 5th century BC. Moderate explosive and effusive eruptions have occurred throughout history from both summit and flank vents. A 1922 eruption on the southwestern flank produced a lava flow that reached the Atlantic coast. A lava flow from a 1999 south-flank eruption stopped 200 m (660 ft) from the sea, cutting the coastal highway.

The mountain's natural vegetation varies with elevation. The main plant communities on the mountain include: [7]

  • Lowland rain forest predominates on the lower slopes, from sea level to 800 meters elevation. The lowland forests are part of the Cross-Sanaga-Bioko coastal forests ecoregion. They are composed of evergreen trees with a dense canopy 25 to 30 meters high, with taller emergent trees rising above the canopy. Many trees have buttress roots. The forests are diverse and species-rich, with numerous lianas. Much of the lowland forest has been converted to agriculture and agroforestry, including oil palm plantations.
  • Lower montane forest, conosciuto anche come submontane forest o cloud forest, grows between 800 and 1,600 meters elevation. The lower montane forests are composed of evergreen trees, which form a 20 – 25 meter-high canopy that is either closed or discontinuous. There are scattered areas of meadow and scrubland, with grasses, herbs, tall herbaceous plants (including Acanthaceae), tree ferns, woody shrubs, and low trees. Frequent clouds and mists sustain profuse epiphytes, including mosses, ferns, and orchids. The lower montane forests are diverse and species-rich, with characteristic Afromontane plants and endemic species. Impatiens etindensis[8] and I. grandisepala[9] are herbaceous epiphytes endemic to the montane forests of Mount Cameroon. The lower montane forests, together with the higher-elevation forests, scrub, and grasslands, are part of the Mount Cameroon and Bioko montane forests ecoregion.
  • Upper montane forest grows from 1,600 – 1,800 meters elevation. Trees up to 20 meters high form an open-canopied forest with numerous epiphytes. The upper montane forests are less species-rich than the lower-elevation forests, and fires are more frequent.
  • Montane scrub grows between 1,800 and 2,400 meters elevation. Low trees of 1 to 15 meters form open-canopied forests, woodlands, and shrublands, with an understory of small shrubs, herbs, ferns, and climbers.
  • Montane grassland occurs between 2,000 and 3,000 meters elevation. The dominant vegetation is tussock grasses, with scattered fire-tolerant shrubs and low trees.
  • Sub-alpine grassland is found at the highest elevations, from 3,000 to over 4,000 meters. Frost-tolerant tussock grasses, dwarf trees and shrubs, and crustose, foliose, and fruticose lichens predominate. [7]

Large mammals on the mountain include the African forest elephant (Loxodonta cyclotis), with a population of over 100 individuals. Other herbivores include red river hog (Potamochoerus porcus), bushbuck (Tragelaphus scriptus), bay duiker (Cephalophus dorsalis), blue duiker (Philantomba monticola), and yellow-backed duiker (Cephalophus sylvicultor). The mountain is home to several species of primates, including chimpanzee (Pan troglodytes), drill (Mandrillus leucophaeus), red-capped mangabey (Cercocebos torquatus), putty-nosed monkey (Cercopithecus nictitans), mona monkey (Cercopithecus mona), red-eared monkey (Cercopithecus erythrotis), Preuss’ guenon (Cercopithecus preussii), and crowned guenon (Cercopithecus pogonias). [7]

Two species of birds are endemic to Mount Cameroon, Mount Cameroon spurfowl (Pternistis camerunensis) and Mount Cameroon speirops (Zosterops melanocephalus). [7]

Mount Cameroon National Park (Parc National du Mont Cameroun) was created in 2009. It covers an area of 581.23 km². [10] The park includes the former Etinde Forest Reserve and most of the Bomboko Forest Reserve. [11] A portion of the Bomboko Forest Reserve remains outside the park, on the lower northern slopes of the mountain. [7]


The hidden story of Marys who defied the constraints of their time

The three-part poem is set in the American Civil War, and illuminates the lives of Union soldier Private Mary Galloway, field surgeon Mary Edwards Walker, and freedwoman and Union spy Mary Bowser — three women who defied the constraints of their time.

The poem is part of Mueller's new collection, “Mary’s Dust.” In each poem, Mueller imagines the inner life of a historical Mary, beginning with Mary, the mother of Jesus, and continuing through the centuries. While some are famous, like Mary Magdalene and Marie Curie, many are largely unknown, like the Victorian explorer Mary Henrietta Kingsley and other mystics, scientists and artists.

Mueller will read from “Mary’s Dust” at Elliott Bay Books in Seattle on December 12 at 7 p.m.

Images courtesy of Melinda Mueller audio courtesy of Entre Ríos Books, publisher of “Mary’s Dust.”

Hear Melinda Mueller reading more from “Mary’s Dust” below:


Guarda il video: La chronique de Jean-Edgar Casel - Mary Kingsley - Magellan (Giugno 2022).


Commenti:

  1. Driskell

    Sono assolutamente d'accordo con te. C'è qualcosa in questo e l'idea è eccellente, la sostengo.

  2. Voshicage

    È un peccato che non posso parlare ora - non c'è tempo libero. Ma sarò libero - scriverò sicuramente quello che penso.



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