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Vittime della peste cipriota

Vittime della peste cipriota


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Archivi tag: Peste se Cipriano

Tra circa il 250-271 d.C., una serie di epidemie mortali si diffuse nell'Impero Romano - Egitto. La cosiddetta peste di Cipriano reclamò circa il 25% di coloro che vivevano nell'Impero Romano, che all'epoca includeva l'Egitto, fino a 5.000 vittime ogni giorno nella sola Roma.

San Cipriano, vescovo di Cartagine (in Tunisia), scrisse ampiamente degli orribili effetti della peste sulle sue vittime e affermò che la malattia segnava la fine del mondo. Cyprian ha scritto una descrizione dettagliata del progresso della malattia in “De mortalita:”

"Le viscere, rilassate in un flusso costante, scaricano la forza corporea un fuoco originato nel midollo fermenta nelle ferite delle fauci (una zona della bocca)." Cipriano aggiunse che gli intestini “sono scossi da un continuo vomito, gli occhi sono in fiamme per il sangue iniettato” e che in alcuni casi “i piedi o alcune parti delle membra vengono staccati dal contagio della putrefazione malata”.

I ricercatori ritengono che la malattia descritta da Cipriano fosse il vaiolo, causata dal Variola maggiore o minore virus. La malattia esiste da oltre 10.000 anni. Come nella foto, la vittima è inizialmente ricoperta da un'eruzione cutanea che diventa vesciche piene di liquido. Circa il 20-65% delle persone che hanno contratto la malattia è morta, ma è stata particolarmente letale tra i bambini. Coloro che sono sopravvissuti erano spesso gravemente sfregiati, specialmente sul viso, erano accecati e i loro arti potevano essere deformati.

Nel 1967 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato fino a quindici milioni di vittime all'anno con due milioni che muoiono a causa della malattia. Dopo due secoli di campagne di vaccinazione, il vaiolo è stato debellato nel 1979.


La peste di Cipriano e la follia del servizio cristiano

Ho appena finito con un campo estivo di due settimane per 200 ragazzi delle scuole superiori e medie presso la parrocchia di St. Gabriel a McKinney. È stato un periodo fantastico, pieno di spirito. Quando abbiamo suonato, abbiamo avuto gigantesche lotte per il cibo quando abbiamo adorato, abbiamo ballato e ruggito e quando abbiamo servito, abbiamo sudato. Era tutto ciò che dovrebbe essere un campo estivo e abbiamo foto per dimostrarlo.




Durante la settimana, mi è stato chiesto di tenere un discorso sul servizio, che, ad essere onesti, non è la mia cosa preferita di cui parlare. Non è la mia materia preferita perché già tutti pensano che servire sia importante. È come una mamma che dice al suo bambino di quattro anni di andare a sporcarsi. Non c'è bisogno. Penso che alla Chiesa cattolica in America piaccia davvero fare servizio per questo motivo – nessuno sarà d'accordo. Di fronte alle opzioni di parlare di castità, cercare di far partecipare i bambini al culto o fare un progetto di servizio, quest'ultimo è sempre il percorso di minor resistenza. I bambini ricevono ore di servizio, i genitori possono essere orgogliosi dei loro figli, i ministri si sentono come se avessimo servito il regno e tutti vincono, giusto?

A meno che i cuori di nessuno si convertano. Allora, non vinciamo. Quindi, essendo una persona a cui piacciono le sfide, ho deciso di vedere quanto in alto avremmo potuto impostare l'asticella della carità cristiana. La chiesa primitiva faceva sempre le cose nel modo più duro, quindi ho pensato che sarebbe stato un buon punto di partenza. Ho fatto alcune ricerche e ho trovato la storia della peste di Cipriano a Roma.

Questa piaga, che molti scienziati ritengono essere il vaiolo, infuriò dal 250 d.C. al 280 d.C. Al suo apice, in questo articolo della CNN, l'autore scrive che “Al suo culmine si stima che l'epidemia abbia ucciso 5.000 persone al giorno nella sola città di Roma. Tra loro c'erano due imperatori romani: Hostilian e Claudius II Gothicus.” Cipriano scrive in “On Mortality” degli effetti della peste sul corpo umano: Gli intestini sono scossi da un vomito continuo gli occhi sono in fiamme per il sangue infetto che in alcuni casi i piedi o alcune parti degli arti vengono staccati dal contagio della putrefazione malata”.

L'autore dell'articolo della CNN crede che questa piaga abbia contribuito alla crescita del cristianesimo perché nulla ti fa convertire più velocemente a una religione che affrontare la tua stessa mortalità. Per lui, il cristianesimo si trovava nel posto giusto al momento giusto. Qualsiasi altra religione avrebbe sperimentato la stessa crescita. Rodney Stark, l'autore del libro L'ascesa del cristianesimo, concorda sul fatto che la fede cristiana offrisse una visione dell'aldilà molto attraente in un'epoca così instabile. Scrive che "sebbene la peste terrorizzasse i pagani, i cristiani salutarono l'epidemia come semplicemente "istruzione e prova". Così, in un momento in cui tutte le altre fedi erano messe in discussione, il cristianesimo offriva spiegazioni e conforto. Continua dicendo, tuttavia, che “Ancora più importante[ly], la dottrina cristiana ha fornito una prescrizione per l'azione.” Questa è la parte in cui diventa davvero, davvero interessante. Attinge da Dioniso, racconto di prima mano della comunità cristiana, che descrive come la comunità cristiana si sia trasformata eroicamente in un battaglione di infermiere. “Incuranti del pericolo, si presero cura dei malati, provvedendo a ogni loro bisogno e assistendoli in Cristo, e con loro se ne andarono serenamente felici perché erano stati contagiati da altri con la malattia, attirando su di sé la malattia del loro vicini e accettando allegramente i loro dolori,” spiega.

Questo, amici miei, è l'aspetto del servizio cristiano. Il servizio cristiano non è qualcosa che fai nel tuo tempo libero. Il servizio cristiano è un impegno radicale di dare la vita per il prossimo. Stark prosegue stimando che nelle comunità senza una forte presenza infermieristica cristiana, il 30% della popolazione è morta di peste. Al contrario, le comunità insieme a una forte presenza cristiana, solo il 10% morì di peste. A Roma, quando 5.000 persone morivano ogni giorno, c'è una differenza di 1.500 contro 500. Sono 1000 vite salvate al GIORNO. Quanti di quei sopravvissuti pensi che potrebbero essersi convertiti al cristianesimo? PROBABILMENTE MOLTO.
Sto prendendo tre punti da questo che volevo comunicare ai miei figli.

I volontari danno il loro tempo libero. I cristiani danno tutta la loro vita al servizio.

I volontari servono per avere un impatto sul mondo fisico, i cristiani servono per avere un impatto sul mondo spirituale. Serviamo per far conoscere l'amore di Cristo nel modo in cui Egli ci ha amati.

Siamo un esercito e abbiamo un nemico. Siamo stati incaricati di far assomigliare la terra il più possibile al Cielo. Quando preghiamo la Preghiera del Signore, diciamo quanto segue così spesso che a volte possiamo dimenticare ciò che stiamo dicendo e ciò per cui stiamo veramente pregando: "Sia fatta la tua volontà, in terra come in cielo.” In paradiso non c'è malattia. Non c'è disperazione, non c'è povertà. Quelli sono i nostri nemici, e noi combattiamo i nostri nemici fino alla morte. Questo è l'aspetto del servizio cristiano.


Risolvere il mistero di un'antica peste romana

I documenti ecclesiastici del terzo secolo potrebbero aiutare a identificare la malattia che ha quasi ucciso l'impero.

La peste di Cipriano, dal nome dell'uomo che nel 248 d.C. si trovò Vescovo di Cartagine, colpì in un periodo storico in cui i fatti fondamentali a volte sono conosciuti a malapena o per niente. Eppure l'unico fatto su cui praticamente tutte le nostre fonti concordano è che una grande pestilenza ha definito l'età tra il 249 dC e il 262 dC.

Iscrizioni, papiri, resti archeologici e fonti testuali insistono collettivamente sull'alta posta in gioco della pandemia. In un recente studio ho potuto contare almeno sette testimoni oculari, e altre sei linee di trasmissione indipendenti, la cui testimonianza possiamo far risalire all'esperienza della pestilenza.

Questo articolo è tratto dal recente libro di Harper.

Ciò che manca nettamente, tuttavia, è un Galeno. La stupida fortuna del secolo precedente di avere un medico grande e prolifico a guidarci si è esaurita. Ma ora, per la prima volta, abbiamo una testimonianza cristiana. La chiesa conobbe uno scatto di crescita durante la generazione della peste e la mortalità lasciò una profonda impressione nella memoria cristiana. Le fonti pagane e cristiane non solo si confermano a vicenda. Il loro tono e timbro diversi ci danno un senso della peste più ricco di quello che avremmo altrimenti.

La mancanza di un testimone medico come Galeno è in parte compensata dal vivido resoconto della malattia nel sermone di Cipriano sulla mortalità. Il predicatore ha cercato di consolare un pubblico circondato da una sofferenza insondabile. Non ha avuto pietà dei suoi cristiani.

"Il dolore agli occhi, l'attacco delle febbri e il disturbo di tutte le membra sono gli stessi tra noi e tra gli altri, finché condividiamo la carne comune di questa età". Cipriano cercò di nobilitare le vittime della malattia, paragonando la loro forza nel dolore e nella morte all'eroica intransigenza dei martiri. Cipriano evocava i sintomi per i suoi ascoltatori.

Queste vengono addotte come prova di fede: che, come si dissolve la forza del corpo, le viscere si disperdono in un flusso che un fuoco che inizia nelle profondità più intime brucia in ferite alla gola che gli intestini sono scossi con vomito continuo che gli occhi si incendiano per la forza del sangue che l'infezione della putrefazione mortale taglia i piedi o altre estremità di alcuni e che come prevale la debolezza attraverso i fallimenti e le perdite dei corpi, l'andatura è storpia o l'udito è bloccato o la visione è accecata.

Il racconto di Cipriano è fondamentale per la nostra comprensione della malattia. La patologia comprendeva affaticamento, feci sanguinolente, febbre, lesioni esofagee, vomito, emorragia congiuntivale e grave infezione alle estremità, debilitazione, perdita dell'udito e cecità. Possiamo completare questo record con accenni più isolati e francamente incerti da altri testimoni. Secondo il biografo di Cipriano, la malattia era caratterizzata da un esordio acuto: "portando via giorno dopo giorno con attacco improvviso innumerevoli persone, ognuna dalla propria casa".

Il decorso dell'infezione e della malattia è stato terrificante. Questa impressione è confermata da un altro testimone oculare nordafricano, un cristiano non molto distante dalla cerchia di Cipriano, che insisteva sulla assoluta non familiarità della malattia. “Non vediamo i riti della morte ogni giorno? Non stiamo assistendo a strane forme di morte? Non osserviamo i disastri causati da qualche tipo di peste precedentemente sconosciuto causato da malattie furiose e prolungate? E il massacro delle città devastate?" La pestilenza, sosteneva, era un manifesto incoraggiamento al martirio, poiché a coloro che morirono della morte gloriosa fu risparmiato il "fato comune degli altri in mezzo alla sanguinosa distruzione di malattie devastanti".

La peste di Cipriano non fu solo un'altra svolta nel ciclo periodico della mortalità epidemica. Era qualcosa di qualitativamente nuovo e l'evocazione della sua distruzione "sanguinosa" potrebbe non essere una vuota retorica, se sono implicati sintomi emorragici.

La malattia era di origine esotica e si spostava da sud-est a nord-ovest. Si diffuse, nel corso di due o tre anni, da Alessandria ad altri importanti centri costieri. La pandemia ha colpito in lungo e in largo, in insediamenti grandi e piccoli, nelle profondità dell'impero. Sembrava "insolitamente implacabile". Ha invertito la normale stagionalità della morte nell'Impero Romano, a partire dall'autunno e diminuendo nell'estate successiva. La pestilenza è stata indiscriminata, ha colpito indipendentemente dall'età, dal sesso o dalla condizione. La malattia ha invaso “ogni casa”.

Un resoconto prevedibilmente incolpava l'"aria corrotta" che si diffondeva nell'impero. Ma un'altra tradizione di cronaca, che risale a un buon storico contemporaneo ad Atene, registrava che la "malattia si trasmetteva attraverso i vestiti o semplicemente con la vista". L'osservazione è notevole in una cultura senza nemmeno un rudimentale senso di germi, il commento tradisce un senso di contagio preteorico. La preoccupazione che la malattia possa essere trasmessa dai vestiti o dalla vista suggerisce almeno una vaga consapevolezza di un'origine infettiva. E potrebbe fornire un ulteriore indizio che la malattia ha colpito gli occhi.

Gli antichi nutrivano molte nozioni eccentriche sui poteri della vista, tra cui che era tattile, espellendo un flusso di particelle dall'occhio di chi guarda. Gli occhi insanguinati delle vittime di Cipriano potrebbero aver presentato un volto terrificante, in una cultura in cui gli occhi avevano il potere di raggiungere e toccare.

Il bilancio delle vittime è stato grave. Abbiamo un rapporto intrigantemente specifico del vescovo di Alessandria, che ha affermato che:

Questa immensa città non contiene più un numero così grande di abitanti, dai bambini neonati a quelli di età estrema, come era solito sostenere quelli descritti come vecchi sani. Quanto a quelli dai 40 ai 70, allora erano tanto più numerosi che il loro totale non si raggiunge ora, anche se abbiamo contato e registrato come aventi diritto alla razione pubblica di cibo tutti dai 14 agli 80 e quelli che sembrano i più giovani ora sono stati conteggiati pari in età agli uomini più anziani della nostra generazione precedente.

Il calcolo implica che la popolazione della città fosse diminuita di circa il 62 percento (da qualcosa come 500.000 a 190.000). Non tutti questi devono essere morti di peste. Alcuni potrebbero essere fuggiti nel caos. E possiamo sempre sospettare una retorica surriscaldata. Ma il numero di cittadini con il sussidio pubblico per il grano è un dettaglio allettante e credibile, e tutti gli altri testimoni hanno concordato sull'entità della mortalità. Uno storico ateniese ha affermato che ogni giorno ne morivano 5.000. Testimonianza dopo testimonianza, drammaticamente anche se in modo impreciso, testimoniavano che lo spopolamento era invariabilmente il seguito della pestilenza. "La razza umana è devastata dalla desolazione della pestilenza".

Questi indizi casuali non ci consentono di identificare l'agente patogeno della peste di Cipriano. Ma la gamma di sospetti in grado di provocare un evento morboso di questa portata non è ampia, e alcuni possibili agenti possono essere quasi certamente assolti.

La peste bubbonica non si adatta alla patologia, alla stagionalità o alle dinamiche a livello di popolazione. Colera, tifo e morbillo sono possibilità remote, ma ognuna pone problemi insormontabili. Il vaiolo deve essere un candidato serio. Il lasso di tempo di due generazioni tra l'episodio di Commodo e la peste di Cipriano significa che effettivamente l'intera popolazione sarebbe stata di nuovo suscettibile. La forma emorragica della malattia potrebbe anche spiegare alcune delle caratteristiche descritte da Cipriano.

Ma in tutti i casi il vaiolo è debole. Un autore nordafricano ha affermato che si trattava di una malattia senza precedenti (anche se è ovviamente discutibile se avesse avuto ricordi di precedenti epidemie di vaiolo). Nessuna delle nostre fonti descrive l'eruzione cutanea su tutto il corpo che è la caratteristica distintiva del vaiolo. Nella storia della chiesa di Eusebio, scritta all'inizio del IV secolo, un'epidemia più simile al vaiolo fu raccontata nel 312-13 d.C. Eusebio la definì una "malattia diversa" rispetto alla peste di Cipriano e descrisse anche distintamente l'eruzione pustolosa. Le origini esotiche dell'evento del III secolo, sempre al di fuori dell'Impero Romano, non suggeriscono l'eruzione di un agente patogeno ormai endemico. Infine, gli arti putrescenti e la debilitazione permanente della peste di Cipriano non sono adatti al vaiolo. Nessuno di questi indizi è conclusivo, ma collettivamente militano contro l'identificazione del vaiolo.

Qualsiasi identificazione deve essere altamente speculativa. Vorremmo offrire due candidati a titolo oneroso. Il primo è l'influenza pandemica. Il virus dell'influenza è stato responsabile di alcune delle peggiori pandemie della storia umana, compresa l'epidemia di "influenza spagnola" che ha portato via circa 50 milioni di anime alla fine della prima guerra mondiale. La mancanza di prove chiare per l'influenza dal mondo antico è sconcertante, perché l'influenza è vecchia e non era senza dubbio un'estranea nel mondo antico. L'influenza è una malattia respiratoria acuta altamente contagiosa che si presenta in molte forme. La maggior parte dei tipi sono relativamente lievi, causando sintomi familiari simili al raffreddore. Altri rari tipi di influenza sono più minacciosi.

Le forme zoonotiche della malattia, specialmente quelle originarie degli uccelli acquatici selvatici, possono essere patogene per altri animali, inclusi maiali, uccelli domestici e umani quando questi ceppi evolvono la capacità di diffondersi direttamente tra gli umani, i risultati sono catastrofici. Ci sono state quattro epidemie globali nel secolo scorso e l'influenza aviaria (che include alcuni ceppi temuti come l'H5N1) rimane oggi una minaccia terrificante.

Le influenze zoonotiche patogene sono brutalmente letali. Inducono una risposta immunitaria surriscaldata che è pericolosa quanto la stessa polmonite virale, quindi i giovani e i sani sono paradossalmente messi a rischio dal vigore della loro risposta immunitaria. L'assenza di sintomi respiratori nel racconto della peste di Cipriano è uno sciopero contro l'identificazione. Ma vale la pena leggere alcune osservazioni sulla pandemia del 1918.

Il sangue sgorgava da nasi, orecchie, orbite alcune vittime giacevano in agonia delirio portavano via altre mentre erano in vita … Le membrane mucose del naso, della faringe e della gola si infiammarono. La congiuntiva, la delicata membrana che riveste le palpebre, si infiamma. Le vittime soffrono di mal di testa, dolori muscolari, febbre, spesso completo esaurimento, tosse … Spesso dolore, dolore terribile … Cianosi … Poi c'era sangue, sangue che sgorgava dal corpo. Vedere il sangue gocciolare, e in alcuni casi schizzare, dal naso, dalla bocca di qualcuno, persino dalle orecchie o intorno agli occhi, doveva terrorizzare … Dal 5 al 15 percento di tutti gli uomini ricoverati soffriva di epistassi, sanguinamento dal naso.

L'influenza pandemica potrebbe davvero spiegare l'orribile esperienza della peste di Cipriano.

La stagionalità invernale della Peste di Cipriano indica un germe che prosperava per stretto contatto interpersonale e trasmissione diretta. La posizione dell'Impero Romano a cavallo di alcune delle principali rotte di volo degli uccelli migratori e l'intensa coltivazione di maiali e uccelli domestici come polli e anatre, mettono a rischio i romani. Le perturbazioni climatiche possono reindirizzare sottilmente le rotte migratorie degli uccelli acquatici selvatici e le forti oscillazioni degli AD 240 potrebbero aver fornito la spinta ambientale a un patogeno zoonotico sconosciuto per trovare la sua strada in un nuovo territorio. L'influenza è un possibile agente della pestilenza.

Una seconda e più probabile identificazione della Peste di Cipriano è una febbre emorragica virale. La pestilenza si è manifestata come una malattia ad esordio acuto con febbre bruciante e grave disturbo gastrointestinale, e i suoi sintomi includevano sanguinamento congiuntivale, feci sanguinolente, lesioni esofagee e morte dei tessuti alle estremità. Questi segni si adattano al decorso di un'infezione causata da un virus che induce una febbre emorragica fulminante.

Le febbri emorragiche virali sono malattie zoonotiche causate da varie famiglie di virus a RNA. I flavivirus causano malattie come la febbre gialla e la febbre dengue, che hanno qualche somiglianza con i sintomi descritti da Cipriano. Ma i flavivirus sono diffusi dalle zanzare e la portata geografica, la velocità di diffusione e la stagionalità invernale della peste di Cipriano escludono un virus trasmesso dalle zanzare.

La velocità di diffusione punta alla trasmissione diretta da uomo a uomo. La convinzione che prendersi cura dei malati e maneggiare i morti fosse gravida di pericoli sottolinea la possibilità di una diffusione del contagio tra gli esseri umani. Solo una famiglia di virus emorragici sembra fornire una migliore corrispondenza sia per la patologia che per l'epidemiologia della peste di Cipriano: i filovirus, il cui rappresentante più noto è il virus Ebola.

I filovirus hanno milioni di anni. Frammenti del loro materiale genetico sono anticamente incorporati nei genomi dei mammiferi e per milioni di anni hanno infettato pipistrelli, insettivori e roditori. Eppure i filovirus, come il virus Ebola e il virus Marburg, sono stati riconosciuti solo nella seconda metà del XX secolo durante una serie di epidemie su piccola scala. L'epidemia di Ebola del 2014 ha portato ulteriore attenzione sulla famiglia. L'ospite naturale del virus Ebola rimane non confermato, anche se si sospettano i pipistrelli. Il virus Ebola attira l'attenzione del pubblico a causa del suo orribile decorso clinico e dei tassi estremi di mortalità.

Per causare un'epidemia, il virus Ebola deve prima passare dalla sua specie ospite a un essere umano, questo probabilmente si verifica quando gli umani entrano in contatto con pipistrelli o scimmie infetti. Una volta infettate, dopo un breve periodo di incubazione (in media da quattro a 10 giorni, a volte più lungo), le vittime soffrono di febbre intensa e di una malattia che distrugge più sistemi contemporaneamente, compreso il coinvolgimento gastrointestinale e vascolare. L'iniezione congiuntivale e i gravi sintomi emorragici potrebbero ben spiegare le inquietanti segnalazioni di Cyprian. La necrosi tissutale e la deturpazione permanente degli arti potrebbero riflettere la descrizione di Cipriano delle estremità che diventano putride e diventano irreversibilmente disabili.

I tassi di mortalità, anche con il trattamento moderno, sono grottescamente alti: 50-70 percento. La morte di solito arriva tra i giorni sei e 16 si pensa che i sopravvissuti possiedano l'immunità. Il virus Ebola viene trasmesso dai fluidi corporei, ma non dalle goccioline aeree, si diffonde facilmente all'interno delle famiglie. Gli operatori sanitari sono particolarmente a rischio e i cadaveri rimangono una potente fonte di infezione. L'osservanza dei riti funebri tradizionali è stato un problematico fattore di rischio anche nelle recenti epidemie.

La diagnosi retrospettiva da rapporti angosciati di personale non medico in quasi 2000 anni non offrirà mai una grande fiducia. Ma i sintomi emorragici, la sensibilità scioccata e l'insistenza sulla novità della malattia corrispondono tutti a un filovirus. Un agente come il virus Ebola potrebbe diffondersi rapidamente come la peste di Cipriano, ma a causa della sua dipendenza dai fluidi corporei per la trasmissione, potrebbe mostrare le dinamiche a combustione lenta e "insolitamente implacabili" che hanno così colpito gli osservatori contemporanei. L'ossessione per i cadaveri mortali nella pandemia del terzo secolo tocca una corda profonda, data la recente esperienza del virus Ebola. L'incertezza risiede nella nostra profonda ignoranza sulla storia profonda di agenti patogeni come l'Ebola che non sono mai diventati endemici nelle popolazioni umane.

Come storici, comprendiamo che ci rivolgiamo ai noti sospetti. Ma la nostra crescente consapevolezza della forza incessante della malattia emergente, alla frontiera tra la società umana e la natura selvaggia, suggerisce un luogo per eventi patologici significativi in ​​passato, come la peste di Cipriano, causata da malattie zoonotiche che hanno provocato il caos e poi si sono ritirate ai loro ospiti animali.

Al momento della comparsa della peste di Cipriano nel 249 d.C. c'era molto di diverso. Le riserve di energia di riserva dell'impero erano esaurite. Forse questo nemico microbico era solo più sinistro. In questo caso, il centro non potrebbe reggere. C'è molto che deve rimanere incerto sulla peste di Cipriano, ma non questo: nella sua scia immediata, l'anarchia si è scatenata nel mondo.


Nuove prove emergono sulla “peste di Cipriano”

Gli archeologi hanno scoperto i resti di un'epidemia in Egitto così terribile che uno scrittore antico credeva che il mondo stesse per finire.

Lavorando al Complesso Funerario di Harwa e Akhimenru nella riva occidentale dell'antica città di Tebe (l'odierna Luxor) in Egitto, il team della Missione Archeologica Italiana a Luxor (MAIL) ha trovato corpi ricoperti da uno spesso strato di calce ( storicamente usato come disinfettante). I ricercatori hanno anche trovato tre forni dove veniva prodotta la calce, oltre a un gigantesco falò contenente resti umani, dove furono incenerite molte delle vittime della peste.

I resti di ceramica trovati nelle fornaci hanno permesso ai ricercatori di datare la macabra operazione al III secolo d.C., un'epoca in cui una serie di epidemie ora soprannominata la "peste di Cipriano" ha devastato l'Impero Romano, che includeva l'Egitto. San Cipriano era un vescovo di Cartagine (città della Tunisia) che descrisse la peste come il segnale della fine del mondo. [Vedi le foto dei resti delle vittime della peste e del sito di Tebe]

NFTU: Nella “Vita e passione di San Cipriano” scritta dal diacono San Ponzio abbiamo il commovente racconto dell'aiuto di San Cipriano ai malati e agli indigenti, cristiani ortodossi e non:

9. Tuttavia, se sembra che vada bene, fammi dare un'occhiata al resto. In seguito scoppiò una tremenda peste, e l'eccessiva distruzione di un odioso morbo invase ogni casa in successione del popolo tremante, portando via di giorno in giorno con brusco attacco innumerevoli persone, ciascuna dalla propria casa. Tutti fremevano, fuggivano, rifuggivano il contagio, esponevano empiamente i propri amici, come se con l'esclusione di chi era sicuro di morire di peste si potesse escludere anche la morte stessa. Giacevano intanto, su tutta la città, non più cadaveri, ma carcasse di molti, e, contemplando una sorte che a loro volta sarebbe stata loro, esigevano per sé la pietà dei passanti. Nessuno considerava altro che i suoi crudeli guadagni. Nessuno tremò al ricordo di un evento simile. Nessuno ha fatto all'altro ciò che lui stesso desiderava sperimentare. In queste circostanze, sarebbe un torto tralasciare ciò che ha fatto il pontefice di Cristo, che ha eccelso i pontefici del mondo tanto per amorevole affetto quanto per verità di religione. Sul popolo radunato in un luogo ha anzitutto sollecitato i benefici della misericordia, insegnando con esempi tratti da lezioni divine, quanto valgano a meritare il bene di Dio i doveri della benevolenza. Poi in seguito soggiunse che non c'era nulla di meraviglioso nel nostro amare il nostro popolo solo con le necessarie attenzioni d'amore, ma che potesse diventare perfetto colui che avrebbe fatto qualcosa di più del pubblicano o del pagano, che, vincendo il male con il bene, e praticando una clemenza che era come la clemenza divina, amava anche i suoi nemici, i quali pregavano per la salvezza di coloro che lo perseguitavano, come il Signore ammonisce ed esorta. Dio fa continuamente sorgere il suo sole e di tanto in tanto fa delle piogge per nutrire il seme, manifestando tutte queste bontà non solo al suo popolo, ma anche agli estranei. E se un uomo si professa figlio di Dio, perché non imita l'esempio del Padre suo? Sta a noi, disse, rispondere della nostra nascita e non è conveniente che coloro che sono evidentemente nati da Dio siano degenerati, ma piuttosto che la propagazione di un buon Padre sia provata nella sua progenie dall'emulazione della sua bontà.

10. Tralascio molte altre cose, anzi molte importanti, che la necessità di uno spazio limitato non permette di approfondire in un discorso più lungo, e sulle quali questo è stato detto abbastanza. Ma se i Gentili avessero potuto udire queste cose mentre stavano davanti alla tribuna, probabilmente avrebbero subito creduto. Che cosa dovrebbe fare dunque un popolo cristiano, il cui stesso nome deriva dalla fede? Così i ministeri sono costantemente distribuiti secondo la qualità degli uomini e il loro grado. Molti che, per l'angustia della povertà, non poterono manifestare la bontà della ricchezza, manifestarono più della ricchezza, rendendo con il proprio lavoro un servizio più caro di tutte le ricchezze. E sotto un tale maestro, chi non si pregherebbe di essere trovato in qualche parte di una tale guerra, per cui potrebbe piacere sia a Dio Padre, sia a Cristo giudice, e per il momento un sacerdote così eccellente? Così ciò che è buono è stato fatto nella liberalità delle opere traboccanti a tutti gli uomini, non solo a quelli che sono della famiglia della fede. Fu fatto qualcosa di più di quanto si ricordi dell'incomparabile benevolenza di Tobia. Deve perdonare, e perdonare ancora, e spesso perdonare o, per parlare più sinceramente, deve di diritto concedere che, sebbene si possa fare molto prima di Cristo, tuttavia si possa fare qualcosa di più dopo Cristo, poiché ai suoi tempi ogni pienezza è attribuito. Tobia raccolse coloro che furono uccisi dal re e cacciati, solo della sua razza.

11. L'esilio seguì queste azioni, così buone e così benevole. Perché l'empietà fa sempre questo ritorno, che ripaga il meglio con il peggio. E ciò che il sacerdote di Dio ha risposto all'interrogatorio del proconsole, ci sono Atti che lo riferiscono. Nel frattempo, è escluso dalla città colui che aveva fatto del bene alla sicurezza della città colui che si era sforzato che gli occhi dei vivi non subissero gli orrori della dimora infernale colui, dico, che, vigile nel veglia di benevolenza, aveva provveduto - oh malvagità! Con inconfessata bontà, che quando tutti abbandonavano l'aspetto desolato della città, uno stato indigente e un paese deserto non avrebbero dovuto percepire i suoi numerosi esuli. Ma lascia che il mondo guardi a questo, che rende l'esilio una pena. Per loro, il loro paese è troppo caro e hanno lo stesso nome dei loro genitori, ma noi aborriamo anche i nostri stessi genitori se vogliono persuaderci contro Dio. Per loro è una punizione severa vivere fuori dalla propria città per il cristiano, tutto questo mondo è una sola casa. Pertanto, sebbene sia stato bandito in un luogo nascosto e segreto, tuttavia, associato agli affari del suo Dio, non può considerarlo un esilio. Inoltre, pur servendo onestamente Dio, è straniero anche nella sua stessa città. Infatti, mentre la continenza dello Spirito Santo lo trattiene dai desideri carnali, egli mette da parte la conversazione dell'uomo precedente, e anche tra i suoi concittadini, o, potrei quasi dire, tra gli stessi genitori della sua vita terrena, è un sconosciuto. Inoltre, sebbene ciò possa altrimenti apparire come un castigo, tuttavia nelle cause e nelle sentenze di questo genere, che soffriamo per la prova della prova della nostra virtù, non è un castigo, perché è una gloria. Ma, invero, supponendo che l'esilio non sia una punizione per noi, tuttavia il testimone della propria coscienza può ancora attribuire l'ultima e la peggiore malvagità a coloro che possono imporre agli innocenti ciò che pensano sia una punizione. Non descriverò ora un luogo incantevole e, per il momento, tralascio l'aggiunta di tutte le delizie possibili. Immaginiamo il luogo, sporco in situazione, squallido in apparenza, senza acqua salutare, nessuna piacevolezza di vegetazione, nessuna riva vicina, ma vaste rocce boscose tra le fauci inospitali di una solitudine totalmente deserta, molto lontana nelle regioni senza sentieri di il mondo. Tale luogo avrebbe potuto portare il nome di esilio, se Cipriano, il sacerdote di Dio, vi fosse venuto, sebbene da lui, se fossero mancati i servizi degli uomini, o uccelli, come nel caso di Elia, o angeli, come in quello di Daniele, avrebbe amministrato. Via, via con la convinzione che qualcosa mancherebbe al più piccolo di noi, a patto che sostenga la confessione del nome. Finora il pontefice di Dio, che era sempre stato urgente nelle opere di misericordia, dal bisogno dell'assistenza di tutte queste cose.


Guarda la storia per scoprire come i cristiani hanno risposto (bene e male) alle epidemie, afferma il distinto professore di Baylor

WACO, Texas (April 7, 2020) &ndash As COVID-19 has caused churches across the world to restrict in-person gatherings and completely change the way worship is approached, many are grappling with what Christian faith looks like right now.

Baylor University&rsquos Philip Jenkins, Ph.D., Distinguished Professor of History and co-director of the Program on Historical Studies of Religion in the Institute for Studies of Religion, led the recent webinar &ldquoEpidemics: How the Church Has Responded Throughout History&rdquo for a group made up mostly of self-described pastors from throughout the U.S., Canada and the U.K. Jenkins began the lecture by offering an unexpected word of encouragement.

&ldquoWe are almost returning to a historical normal for the Church. Through human history, plagues and diseases and epidemics have been an absolutely normal feature of life. For those of us who have grown up in the last hundred years, this was something that happened in other eras and in other places,&rdquo said Jenkins. &ldquoNormality has returned. The Church has to deal with what has historically been its normal situation.&rdquo

Jenkins went on to posit several questions related to the Church and epidemics. The following outlines those questions paired with Jenkins&rsquo answers, which relate a long history of Christian response to plague with what we are experiencing today.

Q: How has the Church responded throughout history to epidemics?

JENKINS: When the Bible looks at plagues and epidemics, it reflects a worldview that sees those as being directly imposed by God, commonly as a punishment. You can find many stories of this. For instance, in Numbers 25 you find the story of Phineas. The children of Israel have misbehaved. They've betrayed God's orders and God sends a plague to punish them. It's a very, very disturbing story in so many ways, but the idea was it was something that came from God.

All through history Christians have had to decide how to live with this. They know God sends plagues, so what do they do? But in a sense, they were normally much less concerned with thinking about those issues of causation as they were response. How did ordinary Christians, how did Christian clergy respond?

The worst thing that some communities, if they believed God was angry, would do is they would organize great communal gatherings to show public penance. In old times, Christians went out to assist patients personally, and now today we know that is the worst thing to do in cases demanding quarantine or isolation. Those are some of the most effective ways of spreading the disease. But others turned to scriptural resources and looked for different ways of expressing trust in hope. In so many cases, what they did not only preserved the church, but expanded it.

In the 250s Roman Empire, a time when Christianity was strictly forbidden, a deadly plague struck the empire. Out of that, Christians oddly took comfort. We have letters from some of the greatest Christian leaders of the time. What they wrote is still some of the most inspiring literature you will ever read about plague and pestilence.

Dionysius says, for us, this is a kind of festival. What he is not saying in that disturbing-sounding remark is that all the pagans are going to die. He's saying that pagans are going to die, Christians are going to die, but this gives us an opportunity to live up to the Gospel. A plague is a time of schooling, a time of education. He also says that this is virtually martyrdom. It is a kind of martyrdom. We are giving our lives for others. He says that Christians went out into plague and disease-stricken neighborhoods, they gave comfort and aid to sick people, although they knew very well that they were going to catch the disease themselves.

Other people, when they observed the Christians doing this, were very interested, were very impressed. That is one of the great moments of growth of the Christian Church.

Bishop Cyprian says, &ldquoWhat credit is it to us Christians if we just help Christians? Anyone can do that. We have to help not just the household of faith, but everyone.&rdquo These people had no capacity to heal something like the plague. What they had was the capacity to aid victims to make their last hours as easy as possible to bring them those consolations and comforts.

Q: What are some of the issues that Christian leaders had to face?

JENKINS: The Reformation occurred at a time of some absolutely horrible outbreaks of plague. Martin Luther, who had opinions about absolutely everything, wrote a wonderful essay, which still repays reading today, on whether it was legitimate for Christians to flee from the plague. The question seems strange, but what he was thinking was if plague is sent by God, who are we to resist it? Should we not just suffer and die and stay in place? And Luther, who was a very practical man, said, &ldquoAbsolutely not.&rdquo Christians through history have fled from danger. What he did say is that Christians have a duty to stay and help as best they can.

If you imagine living in a world where plagues and epidemics were so strong, as opposed to what we regard as this bizarre visitation, assume you thought this was normal, just think how that might reconstruct the way you view your life. There&rsquos a lot of literature on this. People made a point of saying, &lsquowe rely on things like strength, money, power, beauty. None of those will defend us. We have to rely on God.&rsquo That idea of reliance is so strong.

In England in 1665, plague breaks out. It hits a couple of big cities, but thankfully it does not spread far beyond those cities. In a small village called Eyam, there was a cloth merchant who orders samples from London. The cloth samples bring fleas, fleas bring plague and people start to die. And then the people in that village do something which earns them a place in the Christian story.

The village is absolutely divided on the middle between an Anglican, William Mompesson, who is their rector, and a Puritan minister called Thomas Stanley who agree on nothing. But Mompesson and Stanley agree that the plague is so dangerous that the people of the whole village must self-isolate, must cut themselves off from the rest of the world even at the cost of their own lives. Because if they flee, if they go to nearby great cities, then pretty soon the plague will spread through the rest of England and instead of a few hundred people dying, tens of thousands, hundreds of thousands of people will die. Today we hear about self-isolation and social distancing and my thoughts always go back to that village, Eyam.

Q: We live in a world where we now know where plagues and epidemics come from and how to mitigate their spread. How do we understand something like this today? What are the resources we can use?

JENKINS: We, for many years, have lived in an age of comfort when we thought the world was constantly improving. Suddenly, we have to think about very basic realities. We have to rethink so many of our assumptions about the foundations of our society, our faith, and we realize that so many of those evils are not things that happened in distant times and different places. They are happening here and now with us.

Perhaps one of the most influential texts that Christians have referred to is Psalm 91. I strongly recommend that you read it. It&rsquos about not being afraid of the pestilence that walks at night nor the arrow that flies by day. It&rsquos a song and hymn about confidence and trust. Whenever there has been a plague, Christians have turned to Psalm 91 because it represents a hope that they will survive, that they will manage to last as long as they can, that they will get through, their families will get though. But, there&rsquos always in those invocations a sense of realism.

The great Baptist leader Charles Spurgeon, in the 19th century, said that in a time of disease, of epidemic, of cholera, the greatest weapon that the Christian had was Psalm 91. Spurgeon was not unrealistic. He knew that good Christians died of plague, but he was saying if you wanted to find hope and comfort, if not in this world, then the world to come, where you found it was in something like Psalm 91.

As Dionysius said, I think an epidemic, a plague, can be and should be a schooling and there are many lessons. We will get so many of them wrong. But, can I stress this? There are such rich resources in the Christian tradition, and maybe now more than ever, we need to be looking at that Christian history. All ages are equidistant from eternity. We and Bishop Dionysius and the rector of Eyam all live in one age before God. What I am suggesting is that they have lessons for us.

How do Christians respond to plagues during the modern health care age, especially for people who want to respond as the early church did by being present with the sick, but also caring for themselves and their households?

JENKINS: I am anything but a medical professional. There is so much advice out there from expert authorities, from medical authorities, from the CDC, from government agencies on this and Christians need to follow that absolutely scrupulously. But, for example, they can be in communication with people who might be alone or isolated. They can find out about people who are in need and try to get them the resources they can while following absolutely all of those protections. It seems to me that Christians can be perfectly proactive in finding out about situations like that.

The point is we live in an age where we have these very educated, qualified, informed authorities who followed the divine light within them to produce all this knowledge. We obey that, but we can still be helpfully nosy, and there are still ways of getting safe items and products to people who need them. I think one of the greatest things is expressing concern.

ABOUT BAYLOR UNIVERSITY

Baylor University is a private Christian University and a nationally ranked research institution. The University provides a vibrant campus community for more than 18,000 students by blending interdisciplinary research with an international reputation for educational excellence and a faculty commitment to teaching and scholarship. Chartered in 1845 by the Republic of Texas through the efforts of Baptist pioneers, Baylor is the oldest continually operating University in Texas. Located in Waco, Baylor welcomes students from all 50 states and more than 90 countries to study a broad range of degrees among its 12 nationally recognized academic divisions.


The Plagues That Might Have Brought Down the Roman Empire

Bioarcheologists are getting better at measuring the toll of ancient pathogens.

What brought down the Roman Empire? By the end of his Il declino e la caduta dell'Impero Romano, even the great historian Edward Gibbon was sick of the question. He noted that instead of speculating about the reasons for Rome’s long, slow collapse between (depending on whom you ask) the third and seventh centuries C.E., we should instead marvel that it lasted so long in the first place.

Still, something keeps historians fascinated by the fall of Rome. Proposed explanations include mass lead poisoning (mostly disproved) and moral decay (somewhat difficult to test). One hugely influential revisionist theory holds that Rome never fell at all—it simply transformed into something unrecognizable. In response to this “transformation” interpretation, historians have more recently insisted that late antiquity was characterized above all by violence, death, and economic collapse—an idea most aggressively championed in Bryan Ward-Perkins’ 2005 book, The Fall of Rome and the End of Civilization.

While we may never be able to pinpoint one reason for the death of the Roman Empire, historians are inching ever closer to understanding what life was like for its residents as their world crumbled. Two especially innovative papers published in the latest issue of the Giornale di Archeologia Romana ask what role epidemic disease played in the twilight of the Roman Empire. The first, by University of Oklahoma historian Kyle Harper, addresses the so-called Plague of Cyprian in the middle of the turbulent 3rd century C.E. The other, written by Harper’s former professor Michael McCormick, a professor of medieval history at Harvard University, takes on the 6th-century C.E. Plague of Justinian.

In the case of the latter plague, we know the offending pathogen. In a blitz of research over the past decade, three teams of scientists have positively and independently identified DNA from Yersinia pestis—the same bacterium responsible for the Black Death—in skeletons known to date from the time of the Justinianic plague.

Ancient sources make the Justinianic plague sound positively apocalyptic. According to one account, the people of Constantinople—which was by that point the capital of the Eastern Roman, or Byzantine, Empire—died at such enormous rates that the emperor Justinian had to appoint a special officer in charge of coordinating the removal of corpses from the city’s streets. The unlucky appointee, whose name was Theodore, arranged to have the bodies carted across the Golden Horn to Galata, which is now an upscale Istanbul neighborhood. In a gruesomely vivid passage, eyewitness John of Ephesus describes the process.

“[Theodore] made very large pits, inside each of which 70,000 corpses were laid down. He thus appointed men there, who brought down corpses, sorted them and piled them up. They pressed them in rows on top of each other, in the same way as someone presses hay in a loft . Men and women were trodden down, and in the little space between them the young and infants were pressed down, trodden with the feet and trampled down like spoilt grapes.”

Despite the overwhelming numbers of corpses described in this and other textual sources, no ancient mass graves have yet been found by archaeologists in Galata or, indeed, in any other neighborhood of Istanbul. In fact, no burial pits containing anywhere near 70,000 skeletons have been found anywhere in the Mediterranean, whether dating to the 6th century or to any other period. Historians have good reason to be skeptical of any numbers mentioned in ancient texts, but there’s no doubt that the Justinianic plague claimed enormous numbers of victims across the Mediterranean. Where have all the corpses gone?

As McCormick points out, the incompleteness of archaeological excavations—and especially those in major cities, where obtaining permits and digging around modern infrastructure presents serious challenges—must contribute to the lack of known Justinianic “plague pits.” In fact, the one major Roman city of the 6th century that ha been thoroughly excavated, Jerusalem, has been found to contain several mass graves, three of which held over a hundred individual skeletons.

But even if such pits could be found, they wouldn’t account for the full scale of the Justinianic Plague. While cities tend to dominate the historical record due to their concentration of the rich and powerful, the ancient world was overwhelmingly agrarian.

Influenced by the archaeology of the Black Death in London, generations of archaeologists have assumed that mass mortality events go hand in hand with large, communal burials. A close examination of the textual sources reveals, however, that even in London plague pits were not employed until the city’s usual burial places were exhausted. It follows, then, that smaller settlements in the countryside may never have faced the same burial crises as large cities: The combination of more open space and fewer people would have meant that the majority of the population may never have had to change its burial practices.

One case described by McCormick illustrates and supports this hypothesis beautifully. While analyzing DNA taken from skeletons found in a seemingly unremarkable 6th-century cemetery in the German town of Aschheim, just outside of Munich, scientists were shocked to find that eight individuals’ bones contained traces of Y. pestis DNA. Genetic material degrades over time, so finding six separate, securely identifiable instances is, in fact, a huge deal: It’s likely that many more of the individuals buried in the cemetery were also victims of the Justinianic Plague.

Because the Aschheim cemetery served as the primary burial spot for residents of the small town before, during, and after the Justinianic Plague, the bones found within it are likely to reflect the actual population of the settlement with a high degree of accuracy. As a result, archaeologists can use the skeletal evidence to get a sense of the effect the plague had on this discrete population. The resulting model is shocking: based on cemetery data, “this small rural settlement will have lost a minimum of 35-53 percent of its population within the space of a few months” in 555 C.E., a loss from which it would never fully recover.

The Aschheim case proves that archaeologists should be looking for victims of the Justinianic Plague in any 6th-century settlement that was connected to the late Roman world, regardless of how small or far from Constantinople it is. The work involved will be enormous, but the data collected from this newly exploded pool of potential plague burials will begin to fill in the gaps in our understanding of how devastating the Justinianic Y. pestis outbreak really was.

By contrast, the microbe responsible for Harper’s chosen epidemic, the 3rd-century Plague of Cyprian, remains stubbornly unidentifiable despite various historians’ guesses ranging from smallpox to measles. Tissue taken from skeletons buried around the time of the epidemic in mass graves recently uncovered in Egypt and Rome will surely be analyzed thoroughly. The micro-bioarchaeological methods integral to McCormick’s research, however, seem unlikely to bear fruit for the Plague of Cyprian: relying on ancient descriptions of the disease, Harper argues that the epidemic was probably an outbreak of a viral hemorrhagic fever similar to Yellow Fever or Ebola.

To be sure, the frightening list of symptoms provided by Cyprian (the Carthaginian bishop and eyewitness for whom the plague is named) will sound familiar to anyone who followed the recent West African outbreak of the Ebola virus.

“As the strength of the body is dissolved, the bowels dissipate in a flow a fire that begins in the inmost depths burns up into wounds in the throat. the intestines are shaken with continuous vomiting . the eyes are set on fire from the force of the blood . as weakness prevails through the failures and losses of the bodies, the gait is crippled or the hearing is blocked or the vision is blinded . "

Unlike bacteria, the majority of viruses—including the Arenaviruses, Flaviviridae, and Filoviruses responsible for viral hemorrhagic fevers—transmit their genetic information via RNA alone. The single strands of RNA are much more fragile than DNA’s double helix, and so are poorly equipped to survive the ravages of time.

Faced with the unlikelihood of genetic evidence, Harper relies on less high-tech methods to figure out how severe the Plague of Cyprian really was. Instead of bones, his evidence is a body of 23 textual sources—some contemporary with the plague and some written much later—that largely frame the epidemic in terms of religious polemic. Plagues in the Mediterranean antiquity, as in many other periods of history, were frequently understood to be supernatural as well as physical disasters. Because the 3rd century was a crucial time of growth and definition for the early Christian church, the Plague of Cyprian came to take on a deep spiritual meaning for pagan and Christian alike.

For Bishop Cyprian, the plague that came to bear his name was hard proof of the superiority of Christianity over traditional Roman religion. Seeing the pestilence as an opportunity to put their most deeply-held beliefs into action, early Christians beatifically set about caring for the sick and giving proper burials to the dead.

On the other side of the religious divide, the pagan establishment was overwhelmed with fear. Traditionally, Roman priests interpreted epidemics as a sign of displeasure from the gods. Evidence in the form of new iconography on coins and references to extraordinary state-organized sacrifices suggests that the Plague of Cyprian was no different. As Harper notes, sources agree that, “the epidemic undermined the social fabric of pagan society” while “the orderly response of the Christian community, especially in the burial of the dead, presented a stark contrast.”

The clearly biased language of both Christian and pagan sources has caused many scholars to discount them as religious propaganda—despite the fact that, if you strip away the pontification, the Christian and pagan accounts agree on all major points, most importantly how contagious, painful, and deadly the disease was. The tendency of some witnesses to slip into stock phrases taken from classic literary descriptions of plagues in Thucydides and Vergil has similarly worked to discredit the textual evidence—unfairly, as Harper argues, because quoting major cultural touchstones was an extremely common way of processing and even emphasizing the severity of shared trauma in antiquity. The disease, he concludes, was one of the nails in the Roman Empire’s coffin, and an important milestone in the growth of early Christianity.

Distinct as their methods are, Harper’s and McCormick’s articles both open up stunning, if gruesome, new vistas on the biological landscape of late antiquity. McCormick’s reevaluation of plague burials makes it clear that the Justinianic Plague spread far beyond major cities, reaching well into Europe’s hinterland—and that historians and archaeologists have likely severely underestimated of the scale and scope of ancient epidemics.

On the other hand, Harper’s careful reanalysis of religious screeds makes clear the necessity of revisiting old textual evidence to reconstruct plagues for which physical evidence is likely to remain elusive. What’s more, the spiritual nature of Harper’s texts reveals how genuinely terrifying the disease regime of late antiquity was. For early Christians, the devastation was something of an opportunity, but for adherents of Rome’s traditional religion, the waves of disease that unrelentingly crashed down on the Mediterranean world were nothing less than the end of the world.


The Modern Fight Against Infectious Diseases

There are many ways to narrate the modern fight against infectious diseases. You can read about it by sickness, by cure, by approach, by discovery–and still never run out of material. To simplify, let’s take a look at how our modern response to new diseases eventually developed.

Quarantine

In the 1100s, 1104 to 1110 CE, the Black Death (plague) is first thought to have hit Europe. At that time, Europe had only just begun building lepers’ hospitals to keep them away from society. The thought of isolating victims of any other kind of disease, to keep it from spreading, had not reached medical or public knowledge. As a result, 90% of the European population was lost to the plague.

In the 1300s, the Black Death (bubonic plague) came back to Europe with a vengeance, through trade ships in the Mediterranean to Italy. While it spread quickly and took many lives, people recognized that contact with infected people and items made it easier for them to contract the same disease. The first attempt to isolate those with the disease came when ports started to deny entry to ships they suspected of coming from places where the disease was already spreading.

They imposed a period of 30 days of isolation, extending it later to 40 (for mainly socio-religious reasons). Forty, quarante, is why it’s called a quarantine. As the plague victims literally piled up, they buried the bodies in mass graves far away from the city, also to contain the disease. Eventually, victims and their caregivers were placed in houses outside the city. The authorities even went so far as to seal up some houses with the plague inside before it could spread.

Those were the first attempts to isolate those with diseases so it would not spread. Today, it is one of the first responses when a new, fast-spreading virus is identified in a geographic location.

Transmission

After the Europeans recognized the need for quarantine and that it actually worked, the next logical step was understanding how a disease spreads.

Girolamo Fracastoro, who lived in the 1450s to the 1550s, was born in Verona, Italy. (Yes, the same setting as Shakespeare’s Romeo and Juliet.) He was working as a physician when the syphilis plague broke out from the 1490s to the 1500s. In fact, his poem called “Syphilis or the Gallic Disease” was what gave that plague its name. All they knew was that it was a sexually transmitted disease, and that sailors were most likely to spread it.

As he studied syphilis and other diseases, Fracastoro was the first to suggest that diseases actually had “seeds” that would grow in a host and affect them, causing the disease. Not only that, like a flowering tree, it would spread seeds to others as well. He proposed three means of disease transmission that are familiar to us: person-to-person transmission, transmission through infected items, and airborne transmission.

While it would take 300 years for his theories to make a difference, it was a crucial turning point in containing and limiting the spread of disease through isolation or destruction of contaminated items.

Differenziazione

Even if the medical world was starting to realize that diseases had “seeds,” they were still very much bound by generalizations about diseases. In other words, they treated all diseases alike. It was only in the 1600s to the 1700s that some scientists and researchers realized that different signs and symptoms meant different diseases. If the diseases could be differentiated, they could be individually studied for cause. When causes of disease were learned, it would greatly help in finding cures.

Thomas Sydenham, who was a British practicing physician in the 1600s, is known for a cool head when it came to medical theories. If a fever or sickness could run its course without killing the victim (to his knowledge), he would let it. As a result, his observations on how different kinds of “fever” affected the victims became a basis for differentiating diseases from one another. He was one of those to identify scarlet fever, which tended to cause epidemics.

Giovanni Morgagni, an Italian physician who lived from the late 1600s to 1700s, furthered the understanding of differentiating one disease from another. Despite his closeness to the Roman Catholic Church, Morgagni was intent on discovering more about what science could reveal about sicknesses. His specialty was anatomy, the human body, and his experience showed him firsthand how different diseases affected the body differently.

It may seem straightforward to us today, but at the time, identifying what made one disease different from another was a breakthrough. Theories of how to treat diseases were leaving the speculative and entering the scientific.

Immunization

In the late 1700s, Edward Jenner realized that those who got the milder, rarely-fatal cowpox were unaffected by the smallpox epidemics that swept back and forth across Europe. To demonstrate his theory, he infected a boy with the cowpox and showed how he became immune to smallpox. It took a while for the idea to catch on, but Europe eventually became fully inoculated with smallpox. This knowledge grew up between the ability to differentiate diseases, and the later full germ theory of infection Louis Pasteur proposed.

Origine

The medical world now knew that quarantine or isolation would limit the spread of a disease, that there were several kinds of disease transmission, and that different diseases had different effects on the human body. Now it learned something else: the origin of diseases. Even though they discovered how infection “seeds” were transmitted, it was mainly basic theory. They did not yet know what, exactly, was being transmitted.

Although the microscope was invented in the late 1500s, it was only used to isolate causes of infection by the 1800s. Louis Pasteur, a familiar name, first used the microscope to study the origin of microorganisms. He discovered that it was microorganisms in milk that turned it sour over time. If microorganisms in milk would make it unfit to drink, what if microorganisms in human bodies made them sick in the same way?

As the 1900s entered, Robert Koch successfully isolated the bacteria of only one disease, anthrax. After gathering the bacteria from an infected host, he placed the bacteria into healthy mice and proved that they became infected by anthrax. More than that, the bacteria that grew in their infected blood was the same as what was first introduced into their bodies. Koch finally proved that diseases originated with microorganisms that infected human bodies.

They also finally discovered that different strains of bacteria could be related, and that one kind of bacteria could cause more than one disease. While disease strains could evolve and reappear, it would now be faster to identify the attack and how to treat it.


Naming and Interpretation

Cyprian (Latin: Thaschus Cæcilius Cyprianus c. 200 – September 14, 258 CE) was bishop of Carthage and a notable Early Christian writer, many of whose Latin works are extant. / Photo by ACBahn, Wikimedia Commons

L'epidemia prende il nome da Cipriano poiché le sue osservazioni di prima mano sulla malattia costituiscono in gran parte la base per ciò che il mondo sarebbe venuto a sapere della crisi. Ha scritto dell'incidente in modo estremamente dettagliato nel suo lavoro De Mortalita (“On Mortality”). Sufferers experienced bouts of diarrhoea, continuous vomiting, fever, deafness, blindness, paralysis of their legs and feet, swollen throats and blood filled their eyes (conjunctival bleeding) while staining their mouths. More often than not, death resulted. The source of the terrible affliction was interpreted by pagans as a punishment from the gods. This was not an unusual interpretation from a pre-Christian or early Christian culture throughout the Mediterranean world which understood disease to be supernatural in origin. Later scholars and historians sought alternative explanations.


10 Pandemics in History That Brought Drastic Social & Economic Changes Globally

You would be shocked to read about these worst pandemics in history. These pandemics had an inevitable impact on the world.

It's been a month that everyone is sitting at home due to the Coronavirus pandemic. Though doctors are finding a way to cure this disease, they are recommending staying home and not going to crowded places as the best solution to prevent Coronavirus. It is not the only pandemic that killed thousands of people and has affected the human lifestyle.

History has recorded several pandemics that sickened millions of people around the globe. Let us read about the worst pandemics in history that ended up killing millions of people.

1. Flu Pandemic or Spanish Flu

Flu pandemic or Spanish Flu was caused by the H1N1 influenza A virus. It lasted for over a year from 1918 to 1919 and affected 500 million people worldwide. This Spanish Flu had killed more people in 24 weeks than HIV/AIDS killed in 24 years.

It was caused by a virus that got transmitted from person to person through respiratory secretions. The Flu pandemic occurred in three waves. The first appeared during World War I.

During this time, it spread through Western Europe and then to Poland. The third wave occurred in the winter and lasted till spring. It affected people who are 20-40 years old.

2. Plague of Athens: 430 B.C.

The Plague of Athens devastated the city-state of Athens during the second year of the Peloponnesian War. It killed over 100,000 people. It is believed that the Plague of Athens was similar to typhoid and smallpox.

The Greek historian Thucydides (460-400 B.C.) wrote that "people in good health were all of a sudden attacked by violent heats in the head, and redness and inflammation in the eyes, the inward parts, such as the throat or tongue, becoming bloody and emitting an unnatural and fetid breath" (translation by Richard Crawley from the book 'The History of the Peloponnesian War,' London Dent, 1914). Despite the epidemic, the war didn’t end and continued till 404 BC.

3. Plague of Justinian

The Plague of Justinian affected the Eastern Empire and mainly Constantinople and the entire Mediterranean Sea. It was believed that the Plague of Justinian was the deadliest pandemics in history and killed around 50-100 million people around the world.

In 2013, the researchers confirmed that the cause of this deadly plague was Yersinia pestis. It was the same bacteria that was responsible for Black Death. According to sources, the outbreak was carried by infected rats that arrived on grain ships that came from Egypt.

The number of deaths due to the Plague of Justinian is uncertain, but it is believed that it killed over 5000 people per day in Constantinople.

4. Influenza Pandemic or Asian Flu

It was a global pandemic of influenza A virus subtype H2N2 and killed over 1 million worldwide. A virus subtype H2N2 was the recombination of the human influenza virus and avian influenza.

It was first identified in East Asia in 1957 and then spread to other countries. It was the second-worst pandemic in the 20th century after the influenza pandemic in 1918-1919.

The individuals who got infected through this virus showed symptoms of fever and major complications like pneumonia. The vaccine was made to treat H2N2, and then it limited the spread. It has a low mortality rate but resulted in the deaths of millions of people.

5. Antonine Plague

The Antonine Plague, or also called the Plague of Galen, has claimed the life of Lucius Verus (co-emperor of Rome). It was first identified during the siege of Seleucia, and then it spread in the Roman army camp.

The army came into contact with merchants and locals there and fueled its spread. The plague killed a quarter of the individuals affected. It is believed that Antonie Plague killed nearly 2000 people per day and estimated to kill 5 million people.

Common symptoms associated with Antonine Plague were vomiting, fever, coughing, and inflammation. This might not be the majorly known Plague in Europe, but it was very close to crumbling the entire empire.

6. Great Plague of London: 1665-1666

The Great Plague of London lasted from 1655 to 1666 and killed over 100,000 people. It was caused by the Yersinia pestis bacterium and was transmitted through the infected rat. The plague affected the poor, as the rich people left the city by retiring to their country estates.

It majorly affected London but spread in other cities as well. The village of Eyam in Derbyshire was affected when the merchant brought a parcel of cloth sent from London. People there quarantined themselves to stop the spread of the disease. By the time the plague ended, it had killed 15% of the London population.

7. Third Cholera Pandemic

The third cholera pandemic was the worst pandemic that occurred in India that lasted until 1863. It had the highest fatalities in Europe, Asia, and North America. It spread from the Ganges River and then entered other areas.

John Snow, a popular British physician, worked on the cases of Cholera and then identified the cause of the disease. He identified that contaminated water was the reason for the transmission of this disease.

A combination of sanitation and hygiene and oral cholera vaccines were used to cure this disease. In 1854, over 23,000 people died in Britain alone due to cholera. After the pump handle was removed, the cases for cholera immediately declined.

8. Plague of Cyprian

The Plague of Cyprian is another worst pandemic in history that affected the Roman Empire from AD249 to 262. It first occurred in Ethiopia around the Easter of 250CE. It killed nearly 5000 people every day.

Symptoms experienced by the sufferers include blindness, swollen throats, paralysis, and blood-filled in the eyes. Based on the survey, it was found that the disease could be transmitted by direct or indirect contact.

The plague was named after the first known victim, the Christian bishop of Carthage. The locals fled to the country to prevent themselves from infection, but they spread the disease more. It started in Ethiopia and then spread through Egypt and northward.

9. The Black Death

The Black Death that affected Europe from 1348 to 1351 infected 200 millions of people worldwide. Several theories were published revealing the cause of the Black Death, but the popular opinion was that this deadly disease was caused by pockets of bad air. Some believed that Jewish people were responsible for black death. It was estimated that this disease wiped out nearly over half of Europe’s population.

It is thought to have originated in Asia and then spread to other continents. The plague ended through the implementation of quarantine. The unaffected people would remain in their homes and go out in emergency cases. It was the second plague pandemic recorded after the Plague of Justinian.

The Black Death devastated social, economic, and religious factors and affected European history. Symptoms of the disease include nausea and vomiting, headache, and pain in joints. Most victims died within a week after infection. Transmission occurs through fleas that consume infected animals and particularly wild rodents.

10. H1N1 Swine Flu Pandemic

It was caused by H1N1 that originated in Mexico and then spread to the entire world. It infected over a million people in the world and killed over 575,000 people. It majorly affected children and adults. It lasted for nearly 19 months.

The symptoms observed in people who were infected through this virus include fever, cold and cough, fatigue, runny nose, and joint pain. Pregnant women and people having diabetes and weakened immune systems were at more risk. The spread of the virus was thought to occur the same way that seasonal flu spreads.

It got transmitted from person to person through sneezing or contacting people with influenza. Not only it affected people, but animals like cats, dogs, and turkeys were infected through this virus. Initially, the vaccines created were not majorly available to people, so, the CDC recommended to provide medicines to pregnant women and babies who were under six months old.


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